Mar 25, 2013 - Storie da Raccontare    2 Comments

Firmare perchè l’acqua deve essere un bene pubblico

Se come me concordate con l’oggetto di questo post vi lascio un paio di link (da considerare che si parla di livello europeo e non solo nazionale) dove fare sentire la vostra voce, difendere e dichiarare la vostra opinione:

 

 

Ecco il sito ufficale:

http://www.acquapubblica.eu/

 

dove poter firmare la petizione:

https://signature.right2water.eu/oct-web-public/signup.do

 

Una parte del testo dell’inziativa:

Le Nazioni Unite hanno dichiarato due anni fa l’acqua diritto umano universale e fondamentale. In molti stati dell’Unione Europea l’acqua è considerata solo una merce da vendere e comprare.

Oggi, i cittadini europei possono proporre all’Unione Europea un provvedimento per cui le risorse idriche siano messe fuori dal mercato e dai processi di privatizzazione.

I cittadini europei possono chiedere che l’acqua sia un diritto di tutti.

Come? Attraverso il nuovo strumento legislativo di democrazia diretta dell’ICE (iniziativa dei cittadini europei).

Servono un milione di firme da almeno sette paesi dell’unione.

Scegli di essere parte delle decisioni.
Firma e fai firmare per l’acqua diritto umano universale.
In Italia e in Europa.

Ventata di calore

Oggi dopo un pò di tempo in cui, proprio a causa della mancanza di tempo, ho ripreso in mano una delle mie passioni e sogni da costruire per il futuro, cioè quello di provare a mio modo ad insegnare informatica alle persone che me lo chiedono.

Essendo un appassionato di tecnologia ed informatica appunto, conoscendo anche per lavoro diverse persone del settore e collaborando con alcuni negozianti della mia zona mi capita di ricevere telefonate da persone che vorrebbero che qualcuno avesse un pò di tempo da decargli per introdurli in questo mondo spesso a loro estraneo che è il mondo della tecnologia e dell’informatica.

I motivi sono diversi, così come le persone, spesso mi capitano persone anziane che grazie agli strumenti moderni magari hanno una possibilità di mettersi in contatto con parenti che vivono lontani e di sentirsi e vedersi.

La persona da cui sono stato oggi era uno di questi.

 

Beh, ogni volta che mi capita di insegnare ad una persona di una certa età che quindi non è cresciuta nell’era dell’informatica e che non si è confrontato in giovane età con questi strumenti è sempre una meravigliosa avventura.

Per molti rappresentano una seccatura, per me sono le persone più interessanti con cui confrontarsi e a cui provare a spiegare come utilizzare questi mezzi in modo puramente migliorativo e per uno scopo preciso che sia quello di fornirci possibilità che un tempo non esistevano.

La cosa più bella è capire, ascoltare il loro approccio mentale nei confronti del sistema e della sua tecnologia, capire le loro difficoltà difronte a qualcosa che non conscono e che li bombarda di possibilità (spesso inutili) ma sopratutto avere così il modo di confrontarsi, di confrontare lo scorrere della vita e i cambiamenti che la nostra mente, i nostri ideali, i nostri pensieri subiscono nel corso del tempo.

Ogni volta rimango incantanto ad immaginare ciò che loro mi raccontano, ad immaginarmi a dover affrontare in quel tempo quel tipo di vita, rimango ammirato dalla loro capacità e volontà ma sopratutto dal loro modo di affrontare i problemi e di gestire il tempo.

Alla fine di ogni lezione, capita quasi sempre, credo che quello che se ne ritorna a casa con un bagaglio arrichito sono sempre io….

 

il dono della parola, il dono del saper ascoltare, il dono del saper raccontare, lo scambio culturale e sociale tra persone di epoche diverse credo sia una delle cose più belle che si possono vivere nel corso della nostra esistenza (mi rifaccio ad un post di penny di qualche tempo fa, la parola è un grande dono, e secondo me siamo noi a doverci sforzare per non perderlo mai nelle nostre vite).

Mar 16, 2013 - cinema e tv    16 Comments

Film: Melancholia

 

M E L A N C H O L I A

melancholia.jpg


E con un paio di giorni di febbre alta alle spalle e di ore e ore passate a letto che decido di
rivoluzionare la mia giornata guardandomi un film, un pò di forze le ho riprese e allora fiducioso
scelgo di vedere Melancholia.

Come al solito non mi sono documentato prima su che cosa mi aspettasse, anche se già la scelta del
regista lasciava poco spazio all’immaginazione.

Come al solito dicevo non andrò a recensire ma a raccontare ciò che sono state le riflessioni e i
pensieri che ho incrociato durante e dopo la visione di questo film.

La parte iniziale è per menti sottili, spunti di arte, immagini di comunicazione, stimoli sensoriali
che ti lasciano solo il silenzio per osservare; piatto l’elettroencefalogramma, non c’è tempo per gli
impulsi elettrici, rapinati anche loro alla ricerca di capire come tradurre le sensazioni.

Passata questa fase inconscia ecco che il film ha inizio.

Regia e sceneggiatura ci regalano subito il grande controsenso delle nostre vite, quella limousine
immagine di ricchezza, ostentato lusso e lussuria, eleganza e potenza che nel giorno più importante di quella che dovrebbe essere la nostra vita non riesce a muoversi e a passare lungo una piccola e stretta strada di montagna.

Tutti i tentativi fatti dall’autista, dallo sposo e poi dalla sposa, la lenta goffaggine di quel macchinone
su quella piccola strada sperduta sono il simbolo di un pò tutto il film, è il preludio al “controccorrente”
che noteremo durante tutta la pellicola.

è la scena iniziale e non credo lo sia per caso.

Matrimonio, sposo e sposa che vedono investite le loro vite dagli eventi, che subiscono dapprima apparentemente felicemente ciò che “la società benestante e ben pensante” ha previsto per loro e non si rendono conto di essere semplicemente delle comparse ma sono, in quel momento, convinti di essere i protagonisti, così come quella limousine che diventa inutile se messa realmente davanti a ciò per cui dovrebbe esser nata, cioè lo spostarsi lungo una strada..  se quella strada esce un attimo dai canoni abituali ecco che la nostra lussuosa limousine si trasforma in un inutile dinosauro mobile che non è in grado di adattarsi non tanto ad un imprevisto ma ad una diversa versione della realtà che conosceva fino a quel momento.

Veniamo ora un attimo al primo profilo dei due protagonisti del lieto evento:

Lei sposa dominante, ragazza brillante dal grande intuito e dalla sensibile intelligenza, sorriso coinvolgente cerca di gestire con un pò di timore l’evento che gli si stà realizzando davanti; lui sposo timido e impacciato molto probabilmente cresciuto in un regime di protezione ed indirizzamento poco abituato al “fuori pista della vita” sembra quasi il classico ragazzo per bene costruito in laboratorio da una famiglia che indubbiamente ha trasmesso l’educazione ma si è dimenticata di lasciare quella dose di libertà e di piacere per la vita che per altro lui non sembra ricercare mai.

Superato l’ostacolo limousine il sogno stà per diventare realtà, matrimonio regale in una villa da sogno
con un sacco di invitati pronti e adatti alla festa di lusso. Il confronto tra finzioe e realtà tra costruzione e spontaneità, tra normalità e ricerca della divinità appare lampante fin dalle prime scene e le caratteristiche personali che emergono dai protagosnisti della prima parte del film, quella dedicata a Justine non fanno che accentuarle.

Anche il paralello indiretto tra lo sposo e la sposa viene messo in luce dai lati caratteriali delle
persone che quei protagonisti hanno contribuito a crearli, la famiglia originale di lei, notevolmente
incompatibile che evidentemente non ha mai contribuito con l’istruzione e il rigore all’educazione
delle figlie come può aver fatto la famiglia dello sposo ha creato in  Justine una persona dai parecchi lati geniali;

vero è che la sorella è apparentemente più normale ma anche in questo caso credo ci sia una spiegazione che vedremo però nella seconda parte dell’analisi, ad essa dedicata. La famiglia di lui, famiglia come tante altre, come quelle disegnate nelle favole che ha creato questo esempio di uomo educato, colto e rispettoso che però manca di quel qualcosa che lo può rendere interessante anche dopo i primi 10/15 minuti di conversazione.

Il confronto tra la figura della madre, ostile, maleducata, fredda ma intensamente sincera e il padre
leggero, stravagante e caloroso che sembra in grado di non dare importanza a nessun lato della vita ma allo stesso modo sembra non dimenticarsi mai dell’amore per la figlia sono il contorno all’evento che contribuiscono a spiegarci quanto Justine  sia in un contesto che non le appartiene e quindi sbagliato, sbagliato se volto alla ricerca della sua felicità.

Ancora un personaggio, a mio avviso interviene per dare il senso di quanto sia sbagliato, in termini assoluti, dedicare la nostra vita a qualcosa che non ci appartiene e quanto questo non possa che portare ad un epilogo che mai sarà realmente piacevole, la discriminante è data soltanto da quanto siamo in grado di guardarci dentro e di ammetterlo e quanto siamo in grado di fingere.


Stavo divagando, questo personaggio è ovviamente, per chi ha visto il film, il datore di Lavoro di Justine che prendendo la palla al balzo comunica le evoluzioni dei suoi affari lavorativi in un giorno in cui questi non dovrebbero nemmeno avvicinarsi con il pensiero. Prendere a pretesto, usare come alibi per fingere benevolenza verso una persona un evento o una situazione è cosa comune nel mondo “della società” e forse non c’è nemmeno niente di male a farlo, rimane il fatto che è un gesto lampante di disinteresse verso le persone e di forte interesse verso la mediaticità dell’evento.

In tutti questi tipi di eventi la persona (anche se spesso non se ne rende conto) che dovrebbe essere al centro dell’evento stesso viene lasiciata in disparte perchè tutte le luci e le attenzioni sono catalizzate dall’evento stesso, io credo che questo l’autore abbia realmente cercato di comunicarcelo.

Non vi racconto altro sulla prima parte del film, così se non lo avete visto magari potete provare un qualche interesse, le mie riflessioni si concludono parificando la conclusione della prima parte stessa:

Perchè ci facciamo rapinare le nostre vite?? perchè chi ci sta vicino, spesso, non è in grado di farlo senza voler disegnare tutta la nostra esistenza o parte di essa?? magari aggiustando ciò che è mancato alla sua, senza pensare che magari non è quello che macherebbe alla nostra o che questa mancanza possa essere per noi così importante come lo è stato per lui/lei?

La seconda parte, è un altro film, è un altra sorella, è un altra storia.


A mio avviso molto più interessante e complessa.

E’ la storia di uno dei tanti limiti della nostra mente, dei limiti che abbiamo nella governabilità delle nostre emozioni e dei nostri pensieri. E’ una storia triste, diranno, io credo sia semplicemente una storia; molto più veritiera di altre, la definiamo triste perchè non siamo capaci di affrontarla con la giusta dose di neutralità ma infondo di triste non ha quasi nulla.

E’ la storia della sorella di Justine tale Claire sposata con un uomo brillante e uno scienziato di successo, con un piccolo bambino molto educato anche lui, che risponde bene alle emozioni a comando.

 

Una famiglia disegnata e costruita con calma e parsimonia, dove ogni comportamento è supervisionato dall’etica della società delle famiglie rispettate; Un padre che vive per la scienza e non si preoccupa delle passioni, desideri, speranze e abitudini di moglie e figlio tranne nel caso in cui, spontaneamente o meno non combacino con le sue.  Dal canto suo, c’è questa figura dismessa e autoritaria nel nulla della madre che come spesso accade è l’unico perno su cui ruota tutta questa forma di famiglia, che però mai appare realmente felice della vita che fa.

Si prende cura della sorella, malata e fuori schema perché deve farlo, dice di odiarla ogni volta che la sorella stessa la mette difronte alla verità del suo destino, della sua vita e ogni volta che la fa rispecchiare su se stessa, finge di amarla e di preoccuparsi di lei in tutti gli altri momenti della giornata nei quali non fa altro che recitare la sua parte.

Claire che passa per la versione ben riuscita, precisa, pignola che aveva organizzato il matrimonio secondo i canoni attesi dagli invitati nella prima parte del film e che si trova a sacrificare la sua esistenza nel nome della vita di suo figlio e della sfortunata sorella malata che probabilmente non avrebbe nemmeno mai chiesto tale aiuto.

 

La figura del marito, luminare scientifico si sgretola alla luce del sole della vita, l’insuccesso di una società che gerarchicamente eleva persone con valori del tutto  discutibili viene posta in evidenza quando lo stesso si rende conto, non soltanto di aver dedicato anni della sua vita a qualcosa di fine a se stesso, ma quando si trova difronte all’errore evidente e non regge, decidendo di farsi da parte e lasciando moglie e figlio al loro destino. Sono queste le figure che la società premia nella vita in comunità, questo credo sia uno dei messaggi che il regista cerca di trasmettere.

 

E così che difronte all’inevitabile morte l’unica figura che si comporta con dignità e che sembra non soffrire di quell’angoscia che nasce nella menzogna della vita che ci raccontano è quella della sorella malata che riesce con un gesto semplicissimo ad affrontare il suo destino riuscendo a tranquillizzare per quanto possibile le persone a lei care.

In mezzo a tutto questo struggente per me che sono un giovane padre, la figura del bambino, sovrastato dalla mitologia dei racconti del padre e dall’inconsapevolezza di ciò che ci succede attorno rimane in balia degli eventi e si affida a quegli adulti che dovrebbero aiutarlo a crescere ma che in certi momenti non sono di certo quello che si può considerare un esempio. In fondo siamo tutti uguali, evolviamo e regrediamo in modo differente ma difronte a certe situazioni non esiste età che ti garantisca la capacità di affrontarle.

 

Sostanzialmente dovrebbe essere un film molto triste e angosciante, credo sia un film che racconta un punto di vista, che fornisce spunti di riflessioni su determinati argomenti e che ci riporta, durante la visione, a sentirci come se fossimo allo stato brado di noi stessi, senza certezze, con diverse paure, ma con la possibilità di scegliere se e come provare ad affrontarle. 

 

Ah si, dimenticavo, sapete di che cosa è malata Justine?? è un qualcosa che se appartiene ad un animale lo riconosciamo come una semplice caratteristica dello stesso, ma se appartiene all’uomo siccome non siamo in grado di provarla, siamo invidiosi per chi l’ha sviluppata e siamo preoccupati per quello che può donare alle nostre vite la consideriamo una malattia, chi ne soffre è spesso considerato fuori dal comune, elemento anormale… la malattia in questione si chiama Sensibilità.

Mar 11, 2013 - Storie da Raccontare    2 Comments

Difende dei gatti….Licenziato

Segnalo questa petizione che perchè le persone civili di questo paese possando dire la loro ancora una volta con la giusta dose di indignazione:

Fonte: https://www.change.org/it/petizioni/licenziato-per-difendere-dei-gattini-chiediamo-giustizia#share

 

Sono la moglie di Cristian Castaldi, un ragazzo di 26 anni che lavorava nell’impianto di smaltimento rifiuti AMA S.p.A di Rocca Cencia. La storia di mio marito è finita su delle testate di roma tra cui quella del corriere della sera, questo è l’articolo dedicato a lui:

ROMA – Rocca Cencia, il massacro dei gatti. Micetti scaraventati sul pavimento e lasciati lì agonizzanti. Uccisi per gioco, tra le risate, per vedere che effetto fa. È un operaio dell’Ama sui 50 anni a essere chiamato in causa da un ex collega, in questa nuova puntata sulle attività «extra» nella municipalizzata. Lo scenario è l’impianto «Ama 2» per il trattamento dei rifiuti, già salito alla ribalta per i video sull’uso di cocaina e i furti di rame. Qui, a Rocca Cencia, ultimo lembo di periferia est fuori da ogni controllo, i felini sono attirati a schiere, da sempre, dal lezzo dell’immondizia.
È lo scorso 18 febbraio, ore 10,30. Il dipendente accusato scopre 4 mici appena nati vicino al nastro per la selezione dei rifiuti. Ne prende uno grigio, lo soppesa sul palmo. Poi, con gesto di sfida, lo scaglia a terra, uccidendolo all’istante. Ora sta per afferrarne un secondo… Ma un addetto più giovane, inorridito e indignato, tenta di bloccarlo. «Fermati, pezzo di m…, non si trattano così gli animali!».
Il lanciatore di gatti reagisce: «Attento, ti faccio fa’ la stessa fine!». L’aggredito, spaventato, fa dietrofront. E, sulla schiena, sente un colpo secco. Non è un pugno: è un’altra bestiola che gli è stata lanciata dietro per sfregio. La ricostruzione, attimo per attimo, è nella denuncia presentata ai carabinieri di San Vittorino: «Purtroppo anche questo gattino moriva immediatamente…».
Ma non era finita. Insulti, grida. Parte il pestaggio: l’amico dei mici, addetto di 2° livello, padre di un bimbo di un anno, a Rocca Cencia dal 2011 dopo aver lasciato gli studi universitari di Lettere «perché io, mia moglie e mio figlio dovevamo pur mangiare», ha la peggio. «Colpendomi con il gomito, mi provocava un graffio alla zigomo. Dopodiché mi faceva battere con la nuca alla parete». Il ferito piange, è terrorizzato. «Temendo di perdere il posto, con un pezzo di carta rimuovevo il sangue dell’animale morto dalla mia felpa e continuavo a lavorare. Dopo un po’ ho parlato con il capoturno, “sono stato menato per difendere i gatti”, gli dico, e lui mi ha risposto: “Si vede che te lo meritavi”…». Arriva un’ambulanza, lo portano all’ospedale di Tivoli: il referto parla di trauma cranico, lesioni al volto, crisi di panico.
Cristian Castaldi, 26 anni, assunto in Ama attraverso l’agenzia Manpower, oggi è disoccupato. «Da quel giorno è iniziata una trafila vergognosa. L’unica preoccupazione è stata mascherare l’accaduto, coprire le responsabilità. L’Ama ha scritto in un rapporto che i 4 mici erano stati trovati già morti, ma non è vero. Un collega ha preso i due superstiti e a uno gli dà ancora da mangiare. Ma a me, intanto, mi hanno licenziato». La lettera di «recesso» della Manpower risale al 5 settembre. «Stante l’impossibilità di adibirla ad altra mansione, il suo contratto è risolto…».
L’ex operaio mostra le carte, freme di rabbia. «Anche se i responsabili hanno sempre minimizzato – esclama – l’Inail ha riconosciuto l’infortunio sul lavoro! Al rientro, in agosto, mi hanno messo in permesso retribuito. Poi, il 3 settembre, mi hanno sottoposto ad accertamenti sanitari per una mansione superiore, da conduttore d’impianto, non la mia come da contratto. E così, sulla base di questa alterazione, adducendo la scusa che lo stato psico-fisico non mi consentiva di svolgere quella funzione, hanno raggiunto lo scopo di togliermi di mezzo». Il ragazzo ha paura, teme ritorsioni. «Ma non potevo star zitto, tenermi dentro una simile ingiustizia – confida con un sorriso timido – Adesso non so se mi riprenderanno in Ama oppure, magari, troverò un lavoro con gli animali, che è sempre stato il mio sogno… Quando vedo un gatto per strada, ci penso: è stato per uno come te, cucciolo, che mi hanno licenziato, però mica sono pentito…».-

Mio marito ha vinto il ricordo avverso (articolo 41) sull’inidoneità stabilita dai medici dell’AMA ,e scongiurata dai medici dell’ASL.

RIDATE IL LAVORO A MIO MARITO!!

FIRMATE LA PETIZIONE

questa è la pagina dedicata a mio marito su fb :
https://www.facebook.com/LicenziatoPerDifendereDeiGattini

GRAZIE

A:
Comune di Roma
Licenziato per difendere dei gattini. Chiediamo GIUSTIZIA

Cordiali saluti,
[Il tuo nome]

Feb 11, 2013 - Storie da Raccontare    No Comments

“Girlfriend in a coma”

Il film “Girlfriend in a coma” realizzato da Bill Emmott, giornalista ed ex direttore dell’Economist e da Annalisa Piras, film-maker e corrispondente da Londra per “l’Espresso”, non sarà proiettato nelle sale prima delle elezioni per la sua “valenza politica”.

A renderlo noto con un impetuoso tweet è lo stesso Bill Emmott: “INCREDIBILE! Il Maxxi di Roma, su ordine del Ministero della Cultura, ha deciso di rinviare la “prima” prevista per il 13 febbraio al Maxxi di Roma.” (tradotto dall’inglese).

Censura o stupidità si chiede Bill Emmott e ci chiediamo noi? In realtà il rinvio sarebbe stato deciso da Giovanna Melandri, presidente della Fondazione Maxxi. Firma la petizione per chiedere alla Melandri di non censurare questo film.

Il film di Emmott e Piras riflette sul declino politico e morale dell’Italia degli ultimi 20 anni. Perché non si dovrebbe proiettare un film “politico” prima delle elezioni? Se passasse questo concetto dovrebbero essere cancellata la programmazione dalle sale di decine di film italiani e internazionali, attualmente in circolazione, che hanno “valenza politica” quanto trattano di guerra, di lavoro, di eutanasia…

Sono Stefano Corradino, direttore di Articolo21, un sito internet che si batte da anni contro ogni forma di censura e bavaglio, nei media, nella carta stampata, nel cinema.

Con questa petizione chiediamo a Giovanna Melandri di fare marcia indietro, di riprogrammare l’uscita del film prima delle elezioni, così da evitare l’ennesima brutta figura in Italia e all’estero. Unisciti firmando la petizione.

Stefano Corradino via Change.org

Gen 19, 2013 - Riflessioni in Libertà    2 Comments

Retribuzione e potere d’acquisto

Premessa: Il testo è consapevolmente e volutamente provocatorio.

 

Premessa di concezione di ignoranza: Non ne so nulla di economia ne di economia aziendale, quindi il testo che stò per scrivere è probabilmente considerabile opera di un ignorante.

 

Oggi avevamo assemblea sindacale in azienda.

L’argomento del giorno era la presentazione della bozza di rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, perché l’azienda presso la quale lavoro rientra in questo campo.

Tralasciando il fatto che a mio avviso la bozza del contratto andrebbe presentata in modo diverso, ma dando atto al rappresentante sindacale di averla presentata molto meglio di quanto avevo sentito fare in passato da altri suoi colleghi, mi volevo soffermare su un punto in particolare.

Vi allego parte del documento di presentazione dell’ipotesi del nuovo contratto nel punto interessato:

salari contratto nazionale metalmeccanici.png

 

 

 

 

 

Tralasciando la possibile e facile polemica sui valori delle retribuzioni volevo cogliere a pretesto la colonna TOTALE AUMENTO e fare con voi un ragionamento, come da premessa, volutamente provocatorio.

Ora, alzi la mano chi di voi riesce a spiegarmi perché il valore complessivo (espresso in euro lordi e da considerarsi complessivo tra tre anni) è diverso a seconda dell’inquadratura aziendale. Tralasciate le risposte, logiche, immediate, d’istinto e scontate proseguendo la lettura, se potete.

Ora partendo dal presupposto che il livello di inquadramento crea già una distinzione nel salario, presupponendo che l’inquadramento sia dovuto a capacità o a meriti raggiunti sul campo; assodato che le tasse che vengono trattenute tengono conto di questa differenza salariale e di questa differenza gerarchica continuo a chiedermi come mai la quota che indica l’aumento è diversa a seconda del livello di inquadramento.

La retribuzione, come detto varia a seconda del livello e così le tasse.

L’adeguamento salariale dovrebbe esser calcolato in base all’inflazione e al costo della vita (credo, nel caso sbagliassi, questo sarebbe l’unico punto che renderebbe inutile tutto questo post).

Se non sbaglio però l’inflazione e il costo della vita è uguale per tutti, sia tu un operaio sia tu un dirigente, un caffè costa lo stesso prezzo così come l’iva che paghi sui prodotti è la stessa, non varia in base alla tua posizione gerarchica in azienda.

Di conseguenza quella colonna degli aumenti dovrebbe riportare la stessa cifra per tutti i livelli che sono compresi nel contratto nazionale perché la distanza di retribuzione e quindi di professionalità e di conseguenza di stipendio è data dal tuo inquadramento in azienda.

Ci sono distanze salariali già stabilite da questo tipo di scaletta gerarchica, perché dobbiamo aggiungerne altre distinguendo anche l’aumento salariale in base ai livelli quando l’aumento dell’iva, inflazione e del costo della vita è poi uguale per tutti e non tiene in considerazione il tuo inquadramento aziendale?

Aumentare ancora questa distanza significa aumentare il divario tra abbienti e poveri, non significa aumentare il potere d’acquisto ma contribuire a marcare una distinzione ancora più netta tra le classi sociali.

 

Dove sbaglio?

La natura deve fare il suo corso

 

“La natura deve fare il suo corso…”

 
“La natura deve fare il suo corso…” un paio di pa**e… quando?? quando sta comodo a chi??
 
questo è uno di quei pochi argomenti che non capisco, che non tollero, che nessuno è mai riuscito a giustificarmi e che mi fanno innervosire, come il segreto professionale degli avvocati…
 
cosa rende vivo un uomo??? 
 
cos’è che ci differenzia da altri esseri viventi e che ci rende organismi “superiori”
cos’è che ci permette di costruire e di distruggere più di qualsiasi altro organismo e di farlo
utilizzando una moltitudine di mezzi e strumenti che senza di noi probabilmente non sarebbero mai esistiti??
 
cosa vuol dire la natura deve fare il suo corso quando da sempre cerchiamo di deviarlo, di governarlo o almeno di controllarlo?? Da quando in qua ci rimettiamo alla natura in questo modo?
 
Questa è la storia di X a cui è stato diagnosticato un male incurabile, uno di quei mali in stato degenerativo che ti lasciano poche settimane di vita dal momento della diagnosi.
In queste poche settimane X è stato praticamente cancellato da questo male, era una situazione che già conoscevo perchè l’avevo vissuta in prima persona con mio nonno un pò di anni fa.
 
Ad ogni modo X ha prima perso peso, poi lucidità mentale, poi il controllo sugli organi, resistenza fisica e tutti quei sintomi che bene o male ormai tutti conosciamo.
 
X è ancora vivo ma non lo sarà per molto, X sta soffrendo (credo a volte molto) perchè quei dolori puoi attenuarli ma non puoi cancellarli. Non sempre è cosciente e quando non lo è noi tutti speriamo non soffra. E’ innegabile però che ha sofferto e soffre ancora.
 
Non c’è soluzione, non c’è alternativa, una sola variabile quasi insignificante… il tempo.
Una sola costante, significativa, il dolore.
 
Le persone che amano, che hanno dei legami non tollerano la sofferenza dei propri cari, quasi mai, 
ognuno reagisce a suo modo e ognuno credo sia libero di farlo come meglio crede e deve esser rispettato; 
difronte situazioni del genere, più che in ogni altro momento della vita, io credo sia giusto lasciare alle persone
la libertà di affrontare il fatto come credono.
 
Il punto di tutta la storia di X, o almeno della parte di storia che voglio raccontare e condividere è che io non riesco a sopportare una risposta che è stata data da una persona che riveste un ruolo, in questo caso, “istituzionale” ad una domanda disperata di una persona che si trova per la prima volta a vivere questa parte della vita, ad una persona che soffre la propria incapacità nel poter trovare non dico una soluzione ma almeno una strada che possa esser in qualche modo utile, dato per assunto che quella strada probabilmente non esiste.
 
Davanti alla continua sofferenza, al dolore e alla mancanza di soluzioni la logica morale di quegli organismi che poco fa abbiamo descritto come superiori proprio grazie a dei doni che li distinguono dagli altri organismi presenti sul nostro pianeta si chiedono legittimamente se esiste un vero senso a tanto dolore e se a frutto di questa forma sviluppata che ci permette di definirci individui intelligenti non si possa noi fare qualcosa, forse l’unica cosa possibile, per mettere la parola fine a sofferenza e dolore proprio esclusivamente in nome di quel sentimento a cui attribuiamo il peso di motore del mondo, che si chiama amore, e a fronte del fatto che tutto ciò che ci distingue da quell’insieme di organismi che definiamo inferiori, come ad esempio le amebe, in quei momenti invece di dividerci ci accomuna, ci chiediamo se un nostro gesto potrebbe essere la soluzione, la risposta, di chi ha scelto di dedicare la sua vita a questo, i suoi studi ad alleviare queste sofferenze, le sue ricerche a limitare il dolore, quelle stesse persone ci rispondono che:
 
“è stato fatto un giuramento e che la natura deve fare il suo corso”
 
giuramento, natura, corso… 
ma di cosa stiamo parlando???
 
di quel giuramento in assenza del quale non potresti esercitare e pertanto diventa vincolante e obbligatorio al di la del fine della tua scelta, dei tuoi motivi, delle tue convinzioni, il giuramento che ti impedisce di cambiare idea anche a fronte di motivi logici, di fatti oggettivi o semplicemente del tuo naturale sviluppo e crescita sociale e mentale? ha davvero senso e valenza fare una cosa del genere che per come la vedo io è un obbligo inversamente proporzionale al concetto di intelligenza.
 
di quella natura per cui costruiamo rifugi e case antisismiche, argini e dighe, stazioni meteo, sismografi, radar, sofisticatissimi sistemi di rilevazione delle sue gesta in modo da limitare, evitare, arginare proprio quel corso naturale che ora diciamo di dover far rispettare?
 
Quel corso al quale se non giudicato letale poniamo rimedio con cure, medicine e terapie pratiacamente da sempre?
 
 
Da quando in qua nella nostra vita accettiamo il fatto che la natura deve fare il suo corso??
 
Tutto ciò su cui si basa la scienza della medicina è legato ad alterare, modificare, comprendere e capire questo corso, questa famosa natura, per provare a governarla, e invece oggi, in questo caso,  dobbiamo lasciare che segua il suo corso??
 
Ciò che mi mette in confusione è il perchè…
 
Io sento che la bellezza della mia vita è tale perchè posso usufruire dei sensi: gusto, tatto, udito, olfatto, vista perchè posso in coabitazione con l’istinto governare i miei pensieri e il mio corpo, posso camminare all’aria aperta o tra le mura di casa, posso immaginarmi in ogni luogo in ogni momento, posso ascoltare le parole dei miei simili, una melodia, il verso degli animali, i rumori del traffico oppure il silenzio; posso veder nascere un bambino, osservare un dipinto, ammirare un paesaggio, vedere tramonti e albe, posso emozionarmi e disgustarmi vedendo esseri umani; so che sono vivo perchè posso toccare le cose che vedo o che percepisco, posso provare riverenza in una stretta di mano, posso prendere la sabbia e lasciarla scivolare; posso sentirmi felice o ammirato mangiando qualche pietanza cucinata bene o schifato mangiandone un altra che proprio non mi piace; posso annusare un fiore o un profumo e lasciarmi trascinare dalle sensazioni di quell’odore, posso evitare un incidente domestico sentendo uno strano odore.
 
Sento di dare dignità al tempo che mi è stato donato e alla vita usufruendo di questi sensi; sento di dare dignità alla mia vita interagendo con essi, con il mio corpo e con il mio cervello; sento di dare dignità alla vita di chi mi vuole bene, di chi ha condiviso il percorso o parte di esso con quello che sono, e lo sono grazie a tutte queste “funzioni” che mi hanno permesso di essere, apparire, costruire e distruggere.
 
Sento che la mia vita senza tutte queste cose, non sarebbe vita, non avrebbe senso di esser chiamata tale e quindi non capisco perchè, chi sceglie di dedicare la sua di vita a far si che tutte queste situazioni possano accadere anche difronte a qualche imprevisto o incidente che potrebbero precluderle, senza il loro intervento, in casi come questo possa dire: “la natura deve fare il suo corso” 
 
La natura il suo corso lo fa, noi cerchiamo a volte di modificarlo o attenuarlo, in questo caso però credo che ci sia una cosa fondamentale che meriti priorità anche difronte a sua maestà, la natura, e che quella cosa sia la dignità 
dell’essere umano.
 
Non impediremo alla natura di fare il suo corso ma vorremmo soltanto che  la dignità che la vita ci dona fosse presa maggiormente in considerazione.
 
 
  

 

Gen 3, 2013 - Senza categoria    No Comments

Tale e Quale

mi è piaciuto un sacco:

 

 

 

 Vi siete mai chiesti in che anno sono stati inventati i calendari?

   

 

Che io sappia i primi a tentare una misurazione del tempo furono i sumeri la bellezza di cinquemila anni fa. Divisero l’anno in dodici mesi e ogni mese in trenta giorni, il tutto basandosi sulla rotazione della terra e sulle fasi lunari.

   

 

Poi, duemila anni più tardi, ci provarono gli egizi e stabilirono che i giorni dell’anno non erano 360 ma 365.

   

 

Purtroppo, però, anche loro commisero uno sbaglio: l’anno, infatti, era un pochino più lungo: durava qualcosa in più di 365 giorni e quelle ore in più col passare dei secoli diventarono un problema.

   

 

Un giorno gli uomini del Medioevo si accorsero che stavano in pieno agosto e già faceva freddo.

   

 

A metterci una pezza provvide papa Gregorio XIII che nel Cinquecento, grazie al matematico Luigi Lilio, s’inventò l’anno bisestile, ovvero un anno di 366 giorni da far cadere ogni quattro anni, in modo da smaltire quel di più che si era andato accumulando negli anni precedenti.

   

 

   E sempre a proposito di calendari, chi ha qualche anno in più sulle spalle ricorderà con nostalgia quei meravigliosi calendarietti che i barbieri erano soliti regalarci a Natale.

   

 

Si trattava di libricini profumati, da infilare nel taschino di petto della giacca, muniti di un cordoncino e di un fiocchetto a colori, dove era possibile ammirare le più belle attrici del momento, tutte rigorosamente vestite da capo a piedi.

   

 

Poi sono passati gli anni e le attrici, a poco a poco, si sono liberate dei vestiti per dare origine ai famosi calendari hard.

   

 

Mai e poi mai quel brav’uomo di papa Gregorio XIII avrebbe potuto immaginare che un giorno le sue fatiche astronomiche sarebbero servite per mostrare al popolo le donne nude.

   
     
     
     
     
     

 

 Come facevano gli antichi a calcolare le ore e, soprattutto, i minuti?

   

 

Tanto per fare un esempio, come faceva Dante Alighieri a dare un appuntamento a Beatrice? Le diceva: «Tesoro, ci vediamo domani mattina all’entrata del Battistero quando il sole è al centro del cielo». E se era nuvolo? E se pioveva?

   

 

E Giulio Cesare, quella volta che decise di attaccare i galli sia da est che da ovest, non avendo un orologio, una sveglia, un telefonino o un razzo luminoso, come avrà fatto a comunicare l’ora dell’attacco ai suoi luogotenenti Considio e Labieno?

   

 

   Ma torniamo ai giorni nostri: ci sono paesi dove il tempo viene considerato un riferimento importante e altri, invece, dove viene sottovalutato.

   

 

Negli Stati Uniti è denaro, nel Messico si spreca, in Svizzera si fabbrica, in India è come se non ci fosse, e a Napoli lo si snobba.

   

 

Dalle mie parti, infatti, quando si dà un appuntamento a un amico si è soliti restare nel vago. «Ce vedimmo a via d’e sette» dicono i napoletani, che tradotto in lingua vuol dire: «ci vediamo nei dintorni delle sette ».

   

 

   Al contrario, più si sale al Nord e più si diventa puntuali.

   

 

Ricordo un fatto incredibile capitatomi durante un viaggio in aereo da Roma a Stoccolma, una decina di anni fa. La mia vicina di posto era una ragazza svedese molto bionda e molto carina. Facemmo amicizia e grazie a lei fui invitato quella stessa sera a una cena.

   

 

Enorme fu la mia meraviglia quando sul cartoncino d’invito lessi che l’orario della festa era fissato per le 19.28.

   

 

   “Come sarebbe a dire 19.28?” chiesi alla svedese.

   

   “Noi qui” rispose lei sorridendo “a volte sfalsiamo l’ora d’inizio di due minuti tra un invitato e l’altro proprio per dar modo al padrone di casa di ricevere gli ospiti come si deve.

   

 

“Questa sera, ad esempio, noi andremo dai Van Straten alle 19.28, poi ci sarà un’altra coppia che arriverà alle 19.30 e un’altra ancora alle 19.32”.

   

   “Ma allora bisognerà essere puntualissimi!” dissi io allarmato.

   

 

In pratica ci recammo alla festa con un certo anticipo. Restammo fermi sotto la casa dei Van Straten, nell’auto della svedesina, per almeno cinque minuti, salvo poi precipitarci alle 19.27 precise verso il portone.

   

 

Sfortuna volle, però, che un signore calvo, con gli occhiali, probabilmente uno che andava a un’altra festa, ci soffiò sotto gli occhi l’ascensore.

   

 

   “Saliamo a piedi!” urlai io e mi lanciai di corsa per le scale. Ce la facemmo appena.

   

 

 

   Quando si dice la puntualità dei settentrionali!

   

 

Non a caso il primo orologio di cui si ha notizia fu costruito in Inghilterra nel 1349 e fu quello del Castello di Dover.

   

 

Che io sappia non aveva ancora la lancetta dei minuti. Bisognerà attendere altri trecento anni perché Galilei s’inventi le leggi che regolano l’orologio a pendolo.

   

 

   A detta del suo biografo Vincenzo Viviani, pare che un giorno il Genio sia entrato in una chiesa e abbia visto un lampadario oscillare a causa del vento.

   

 

Da qui l’intuizione. «Basterebbe allungare o accorciare il filo per farlo oscillare come più ci fa comodo» disse al parroco che lo guardava preoccupato.

   

 

Quindi, una volta a casa, se ne costruì uno su misura, e a forza di provare e riprovare lo fece andare a tempo con i battiti del cuore.

   

 

   Ai nostri giorni un orologio atomico può sbagliare di un secondo ogni tre milioni di anni. Pazienza, dico io, vuol dire che chiederemo scusa per il ritardo.

   

 

   E sempre a proposito di orologi ricordo che quando feci la prima comunione ebbi in regalo da zio Alfonso un bellissimo Philip Watch.

   

 

Ne fui subito orgoglioso. Lo portavo sopra il polsino, come l’avvocato Agnelli, in modo che lo vedessero tutti.

   

 

La mia massima soddisfazione era quella di essere fermato per strada da qualcuno che avesse bisogno di sapere l’ora.

   

 

   Oggi, purtroppo, questo non succede più: tutti hanno un orologio, anche i disoccupati, e nessuno più chiede l’ora a un passante, anche perché la può leggere in pratica dovunque: sul cruscotto dell’auto, sul computer, sul cellulare e via dicendo.

   

 

   Io, in materia di tempo, ho avuto tre grandi maestri, e precisamente: Albert Einstein, scienziato tedesco, naturalizzato americano, nato nel 1879 e morto nel 1955. Henri Bergson, filosofo francese, nato nel 1859 e morto nel 1941, e, buon ultimo, Attilio Caputo, custode di via Orazio 14, nato a Napoli nella prima metà del Novecento e tuttora vivente.

   

 

   Per Einstein le lancette di un orologio scorrono più o meno in fretta a seconda di come il proprietario dell’orologio si sposta nell’universo: più costui viaggia velocemente e più il suo orologio tende a rallentare.

   

 

Una volta, poi, raggiunta la velocità della luce l’orologio si ferma del tutto.

   

 

Chi avesse dubbi in proposito è pregato di leggersi la Relatività, esposizione divulgativa di Albert Einstein, edito da Boringhieri, o, in alternativa, il mio libricino Il dubbio, edito dalla Mondadori nove anni fa (chiedo scusa per l’accostamento).

   

 

   Henri Bergson si occupa del problema tempo nel secondo capitolo dell’Introduzione alla Metafisica e afferma che il tempo passa più o meno velocemente a seconda degli stati d’animo che si stanno provando.

   

 

Ne è così convinto che alla fine, invece di chiamarlo «tempo», lo chiama «durata».

   

 

Detto ancora più terra terra, per Bergson una cosa è stare un’ora abbracciato col proprio grande amore e un’altra passare quella stessa ora sotto il trapano di un dentista.

   

 

Nel primo caso si dice che il tempo è volato, nel secondo che non passava mai.

   

 

   A volte basta distrarsi un pochino per farlo scorrere più in fretta.

   

 

Chi ne dubita provi, quando è fermo con l’auto a un incrocio, a guardare fisso fisso il semaforo rosso in attesa che diventi verde. Più lo guarderà e più lunga sarà l’attesa.

   

 

Se, invece, darà una sbirciatina ai titoli del giornale che ha sul sedile accanto, arriverà subito il verde e gli altri automobilisti suoneranno il clacson per farlo ripartire.

   

 

   Ma chi più di tutti mi fece capire l’importanza degli stati d’animo nella misurazione del tempo fu don Attilio Caputo, di mestiere custode.

   

 

All’epoca lavoravo alla IBM di Napoli e dovendo scegliere una nuova sede, invece di andarla a cercare al centro della città, come peraltro mi aveva ordinato la società, ne presi una eccezionale in via Orazio: quinto piano, balconata panoramica, vista sul Golfo, poco traffico, e Mergellina a due passi.

   

 

Unico problema un ascensore moscio o, per dirlo in linguaggio IBM, non adeguato alla dinamicità dell’azienda.

   

 

   Gli impiegati, infatti, vennero da me a protestare fin dal primo giorno.

   

 

«Ingegnere» mi dissero, «questa mattina sono stato più di dieci minuti ad aspettare l’ascensore».

   

 

Poi ho saputo che era stata la signora del terzo piano a bloccarlo perché aveva avuto dei problemi col passeggino.

   

 

D’altra parte era anche inutile meravigliarsi più di tanto! Quando si sceglie come sede di lavoro un palazzo concepito per abitazioni qualche inconveniente bisognerà pure aspettarselo.

   

 

   La IBM Italia a ogni modo decise di costruire un secondo ascensore all’interno del cortile.

   

 

Per farlo, però, aveva bisogno dei permessi del Comune e soprattutto di quello dei condomini. Il che, tradotto in termini economici, comportava la spesa di alcuni milioni.

   

 

Da Milano arrivarono un architetto e un geometra dell’Ufficio gestione sedi.

   

 

Dopodiché venne indetta una riunione con tutti gli interessati, e tra questi, relegato in fondo alla sala, anche il custode dello stabile.

   

 

   Ebbene, stavamo lì lì per concludere quando don Attilio chiese la parola.

   

 

«Ingegne’» mi disse, «io avrei un’idea. Invece di spendere tutti questi milioni per costruire un secondo ascensore, voi con diecimila lire, o al massimo ventimila, ve la cavate. Vi comprate due begli specchi: uno me lo piazzate a piano terra e uno al quinto piano. Così I vostri dipendenti si guardano, si riguardano, il tempo passa, e nessuno protesta».

   

 

Alla fine questa fu la soluzione adottata e io riuscii finalmente a capire Bergson.

   

 

 Tale e Quale – L. De Crescenzo –

Dic 31, 2012 - Studiando da Genitore    3 Comments

Nel buio della stanza

 

Inspira espira, inspira espira. Velocemente.
Inspira, espira a ritmo sostenuto.

In casa il silenzio regna sovrano.. non son nemmeno le 6 di mattina
Dormono tutti.
Quei 70cm rannicchiati in 50cm sono in braccio appoggiati al mio corpo, sembra di avere uno scaldotto, quasi un pelouche..

Quei 70cm che fino a qualche secondo prima stavano rompendo il silenzio dimenandosi forse per un incubo, forse per il mal di pancia delle colichette, forse per i denti, quel suono simile ad un allarme anti attacco aereo che riecheggia nel silenzio della stanza si placca come per magia in pochi attimi, giusto il tempo di infilare le mani sotto le sue braccia, di fare un piccolissimo sforzo e di portarlo sul mio petto con il viso appoggiato a peso morto sulla spalla.

Inspira, espira velocemente.
Inspira, espira un po piu lentamente

La mia guancia a contatto con la sua testa cosi piccina,
Spero che il velo di barba non gli dia fastidio, non lo punga.

Inspira ed espira sempre piu lentamente.

Il suo corpo caldo e la sua testa cosi morbida sono come una carezza del vento d estate per me, sensazione da perseguire, sempre.

In braccio, dormiente, in pochi secondi dal panico all assoluta tranquillità.

Inspira ed espira che quasi non si sente, silenzioso e dolce come quasi solo un neonato puo essere.
 
Tu sei li in piedi che cammini lentamente da un lato all altro del soggiorno, attento a non far troppo rumore con le ciabatte, attento a non svegliare lui ne il resto della famiglia che dorme, l’unico suono e un leggero trascinio della ciabatta, la stanza è buia, i suoi occhi sono chiusi, i tuoi anche ma il cervello è ben acceso e pensa.

Pensa che in questi momenti, quando hai in braccio tuo figlio, ti rendi conto di quanto sei importante per lui, da farlo passare da un pianto angosciato e disperato alla tranquillita assoluta in pochissimi istanti,in quei momenti nel buio e nel silenzio di una stanza, capisci che il senso della bellezza della vita sta li, con te, senza proferir parola, senza nessuono sforzo o costruzione della volontà, della logica o di qualche altro strano artifizio della mente; sta lì racchiuso in un gesto semplice, nascosto da due corpi, il cuore e la mente in sintonia, battito emozione e comunicazione, senza gesti, senza suoni, senza parole, nel buio di una stanza.
Inspirare ed espirare e quasi non sentire che, forse, il calore non derivava dal contatto dei nostri due corpi.
Inspirare ed espirare e sapere che in quel momento ti senti fortunato di vivere quello che stai vivendo.

 

Dic 29, 2012 - Riflessioni in Libertà    4 Comments

che sia un anno di esempi come avaaz

 

cito queste righe che ho scritto in risposta ad una mail su avaaz con la speranza che sia di buon auspicio per l’anno che sta arrivando, che ci dia modo, in ogni modo di credere che qualcosa la possiamo fare, che possiamo ottenere risultati migliori e momenti migliori con la sola speranza di vivere con un pò più di dignità e rispetto per noi, per il nostro prossimo e per questo pianeta che troppo spesso dimentichiamo

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Credo che ogni persona nella sua vita debba avere qualcosa in cui credere, qualcosa per cui lottare, impegnarsi, sognare, immaginare, costruire.

Credo che ogni persona nella sua vita debba avere dei punti di riferimento, identificarsi in un ideologia, sentire che le sue azioni possono essere responsabili del passato, del presente e del futuro.

Credo che ogni persona abbia il diritto di poter credere che può fare qualcosa di concreto che contribuisca a creare anche solo in una parte del mondo in cui vive un posto migliore, più giusto, più consapevole e più condivisibile.

Credo che ogni persona abbia il diritto di sentirsi ascoltata, rispettata ma anche rappresentata in un unione di intendi ed ideali da qualcuno o qualcosa che decida di rappresentarla unicamente per principi di bene comune.

Intorno a noi, almeno per me, almeno qui in questa Italia c’è il vuoto, so per certo però che ci sono tantissime persone che lottano da sole o in piccoli gruppi, so per certo che esistono moltissime persone che sentono sulle loro spalle il peso del presente e del futuro del paese e non solo del nostro paese; so per certo che ci sono tantissime persone che vorrebbero ma non sanno come fare, so per certo che ci sono tantissime persone che meritano di vivere in un mondo migliore ed infine so per certo che senza calpestare i nostri ideali, senza ricorrere alla violenza, senza abusare del potere, senza perdere il nostro onore e nel rispetto di due documenti come la carta dei diritti universali dell’uomo e la nostra costituzione ognuno di noi può fare qualcosa di concreto per contribuire a migliorare le cose che reputa migliorabili, ad opporsi alle ingiustizie e a creare un mondo migliore di quello che abbiamo oggi per i nostri figli, per i nostri padri, per i nostri nonni e per tutti quelli che condividono l’amore per la vita e non quello per i soldi.  

In un momento in cui c’è poco in cui credere Avaaz mi ha ricordato tutto questo, mi ha ricordato che si può, che ognuno di noi ha una responsabilità che va considerata non come un peso ma come un opportunità.
Avaaz ci avete insegnato ma ancor di più, purtroppo (perchè è quello di cui abbiamo bisogno) dimostrato che per tutti quelli che ci considerano soltanto un numero siamo in realtà delle persone!!! 

 

 

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