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Gen 7, 2014 - Senza categoria    6 Comments

Solo un’Opinione e grazie per tutto quello che hai fatto per me!!!

Cinque anni fa ho aperto il Blog solo un opinione principalmente per me.
Volevo provare a mantenere un archivio di pensieri, ricordi, sensazioni
che possa esser condiviso ma che anche se non lo fosse stato non avrebbe avuto
troppa importanza.

Potevo usare un diario o un documento elettronico di qualsiasi tipo, però il limite
era che non sarebbe stato sempre disponbibile come qualcosa che si trova su internet.

Ero divetanto da poco padre e mi stavo affrontando questa esperienza con tanta voglia
di crescere e di sentirmi all’altezza.

Il blog mi ha regalato molto di più della semplice restituzione e conservazione della mia memoria,
mi ha permesso di conoscere diverse persone che hanno contribuito alla mia crescita, hanno contribuito
a farmi fare domande e a cercare risposte, hanno contribuito ad aumentare la mia conoscenza e la mia voglia
di ricerca.

Io credo nel destino, e questo passaggio forzato da myblog di virgilio a wordpress lo interpreto come un
segno, che mi porta alla decisione di voltare pagina.

Solo un opinione è nato e morirà con Myblog.

Quindi con questo post comunico la chiusura ufficiale di questo blog che su wordpress non ha senso di esistere
perchè non sarebbe altro che una copia di quello che fu.

Ringrazio tutti quelli che sono passati di qua per caso, quelli che ci passavano ogni tanto, quelli che da qui
mi hanno dato modo di conoscere persone e personalità nuove che altrimenti, probabilmente non avrei mai incontrato
e quelli che erano frequentatori abituali.

Non cesserà però la mia vita da blogger, sto lavorando (nei pochissimi ritagli di tempo) ad un nuovo blog,
che sarà obbligatoriamente diverso da “Solo un’opinione” perchè in 5 anni qualsiasi persona cambia, cambia se stesso,
cambiano i suoi obiettivi, cambia la sua vita.

Cambierà quindi anche il senso del blog stesso, cercherò di renderlo più simile alla persona che sono oggi,
mi sforzerò (cosa non facile per me) di essere un pò meno vago e di renderlo più personale, più legato alla vita
e meno all’idealismo, riporterò i testi, i post e le parti che intendo ricordare di solo un opinione perchè il passato
non va mai dimenticato, ed è grazie alla comprensione dello stesso che si disegna il futuro.

Ed è proprio in questa direzione che vorrei creare il nuovo blog che spero di poter mettere online con la partenza
del nuovo anno… sfruttando appunto le vacanze di natale che per la prima volta, salvo imprevisti, dovrei godermi
a casa… per realizzare l’interfaccia e preparare qualche contenuto.

Sperando di farcela, volevo ringraziare tutti voi che passerete di que e che leggerete questo messaggio e anche chi non
lo farà ma di qui c’è passato in questi anni.

Ora “occhi al futuro” perchè viviamo il presente per costruire il nostro futuro.

Ciao Solo un’Opinione e grazie per tutto quello che hai fatto per me!!!

Nov 26, 2013 - Senza categoria    4 Comments

Senza Nome

Qualche giorno fa alla radio ascoltavo un intervista ad alcuni missionari che raccontavano
che non ricordo esattamente in quale luogo del mondo, le madri che mettono al mondo o loro figli
lo fanno ma senza attribuire un nome ad ognuno di essi.
Non danno nome ai loro figlio perchè l’aspettativa di vita è talmente bassa che il nome viene assegnato
eventualmente solo dopo qualche periodo di tempo, quando tutto fa pensare che il neonato possa sopravvivere,
cosa che per altro non è di certo garantita.

Questo significa che ci sono bambini che nascono e muoiono senza aver nemmeno un nome…

Solo il pensiero di questa realtà è agghiacciante e mi fa venire i brividi, vorrei poter dire a queste mamme
a questi padri, a queste persone che secondo me dovrebbero dare in ogni caso un nome ai loro figli, di deciderlo
nei nove mesi in cui la loro vita è dentro il corpo della madre, credo che dare un nome sia quantomeno un segno di
rispetto.. credo che nessuna di quelle madri possa non provare dolore nell’eventuale perdita di un figlio anche
se immagino che sia una realtà del quotidiano.. ma dategli un nome, piangete un nome, ricordate un nome, amate quel
nome anche se non è più in vita, perchè una piccola parte di quel nome, di quella vita, di quell’esistenza, di quell’emozione
vivrà in voi finchè voi sarete vive, finchè voi anche magari dopo qualche anno donerete qualche istante del vostro
pensiero a lui, e nel momento stesso in cui penserete o pronuncierete quel nome, il vostro cuore tremerà,
il vostro corpo si riscalderà e la sua vita in voi vi darà un segno…
non cercate di ignorarlo, dategli un nome ed un posto, seppur piccolo in questo mondo in cui lui potrà vivere in voi.

Oggi, passato qualche giorno, levigato il senso di profondo disprezzo per le condizioni di parte di questo mondo
(che per altro è spesso parte che non si lamenta, forse perchè nemmeno sa il senso di farlo) ricordando questa
storia e quel sentimento che mi ha lasciato ho ripensato ad una canzone, dei Nomadi, che reputo fantastica,
una canzone che mi emoziona sempre, una poesia al sentimento della vita, alla stupidità della guerra, alla follia umana
dell’istinto senza ragione… una canzone che parla di persone senza nome, in un ambiente diverso, parla
di persone che non si conoscono mimimamente (senza nome) e che decidono di porre fine a una o più esistenze
senza farsi nemmeno una domanda…

Ogni persona che incontriamo nella nostra vita e che non conosciamo è per noi una persona senza nome, ma quella stessa
persona non solo ha un nome..  ha una vita, ha una storia, ha dei legami…

infondo ognuno di noi è una persona senza nome

Vi lascio la canzone:

Un giro al freddo come sempre la notte
Che non ci siano guai
Un libro i guanti la cintura il cappotto
Che non si sa mai
Come son belle la montagne la notte
Quando fa freddo sai
Quando ci sono due milioni di stelle
Quando ti vedo dentro ad una di quelle
Quando il pensiero scalda per non gelare
Quando mi sveglio dentro a un letto che non c’è

E sono qui per fare anch’io qualcosa per il mondo
E quante volte ho visto facce che han toccato il fondo
Fra la polvere e la fame resto qui
Ovunque sono e resto qui
E quante gente ho salutato gente senza nome
E quanta strada ho calpestato per capire come
Come il mondo sia caduto fino a qui

Un giro al freddo come sempre la notte
Tutto tranquillo sai
La gente guarda e ti ringrazia più volte
Ma non dorme mai
Portiamo cibo coperte speranze
E qualche sogno in più
Tenendo il cuore dentro un blindato
Io sorridevo ma qualcuno ha mirato
E poi un’ombra di nascosto ha sparato
Nel silenzio del rumore resto qui

E non ho mai preteso di salvare il mondo
Perché il mio cuore mi diceva che era giusto in fondo
Provare a cambiare adesso qui
Comunque sono e resto qui
E non capisco quello sparo colpo senza nome
Anche se in tutto sai c’è sempre un ragione
Tra la polvere e la fame resto qui
Per te che sulla foto ci hanno scritto il nome
Si per te che non hai più una lacrima

http://www.youtube.com/watch?v=4ozthfyD0Dc

Ago 13, 2013 - Senza categoria    3 Comments

RIUSCIAMO A CAVARCELA

Oggi ho sentito via skype una persona con cui ho
collaborato per diverso tempo qualche anno fa.

 

Fa sempre piacere risentire persone che in un modo o nell’altro hanno
condiviso del tempo con te.

 

Parlando del più e del meno, della situazione lavorativa e generale del
nostro stato la discussione
si è arenata in questo punto:

 

“io sono positivo, in un modo o nell’altro sono sicuro che riusciamo a
cavarcela” dice lui

 

“certo” rispondo io “però vedi, è proprio qui che nascono le radici dei
nostri più grandi problemi, secondo me,
nel senso che Riuscire a cavarsela
non vuol dire risolvere il problema.”

 

Questo moto molto italiano, ci salva per un piccolo lasso di tempo ma
risulta essere la base dell’enorme radice
su cui stiamo sprofondando.

 

Noi dobbiamo risolvere i problemi, non cavarcela. Dobbiamo uscire a testa
alta da problemi e questioni che iniziano
o sembrano serie, non dobbiamo
sgusciare per una piccola fessura tra due muri dobbiamo abbatterli.

 

Domani quella fessura potrebbe non esserci, dobbiamo avere tra le mani
qualcosa che ci consenta di buttare
giù quel muro nel caso la fessura non ci
sia più.

 

Sgattaiolare ci da l’illusione temporanea di avercela fatta, ma poi, quando
un altro muro ci si presenta davanti
se non c’è la fessura siamo impreparati
e andiamo in CRISI.

 

Questo discorso, vale in tutti i campi e in tutti i settori, a mio parere,
dobbiamo sforzarci di trovare soluzioni
definitive, e valide, non tamponi da
porre qua e la.

 

Il fatto di ragionare molto ” a tempo ” ci impedisce di farlo, dobbiamo
slegarci il più possibile dal concetto di tempo,
di fretta, di ritardo, di
urgenza… sono tutti termini che ci impediscono di fare le nostre
considerazioni
nel modo più efficace, da anni sostengo che dobbiamo
combattere per riprenderci la libertà nei confronti del tempo.

 

Il tempo è denaro??? Balle, il tempo potrebbe esser denaro oggi ma morte
domani…. meglio aver un pò meno denaro
ma un pò più di tempo per decidere
bene cosa farne.

 

Ottenere un risultato accettabile nel minor tempo possibile non deve essere
più un valore…
ottere un ottimo risultato è un valore…

 

correre contro il tempo vuol dire correre contro la nostra stessa natura..
nessuno al mondo ha ottenuto risultati
importanti a grade velocità, nemmeno
Bolt perchè per correre 30 secondi si allena per
mesi!!!

—-

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Lug 25, 2013 - Senza categoria    11 Comments

Canzone: Alfonso

Mi fa sorridere questa canzone perchè penso che molti di quelli che la canteranno e balleranno quest’estate la ricorderanno soltanto per la volgarità del ritornello, e la bellezza sarà tutta li, di questi pochi, pochissimi si accorgeranno che infondo è dedicata proprio a loro…..

 

Levante – Alfonso –

Mai, mai, mai mi perdonerei
Mai… ho tagliato i capelli da sola
Mai…mi sento una persona nuova
Ho messo le scarpe da sera
E sembrerò seria e sembrerò in vena
Shalalà che gioia mia dà
Stare in mezzo alla ressa
Si parla di festa
Tu ru ru, berrei volentieri un caffè
Mi pestano i piedi da un’ora
Ho le scarpe da sera ma non sono in vena
Corre l’anno 2013, in mano alcolici… e niente più
Che vita di merda
Ma che cosa c’entra il bon ton?
Ho riso per forza ho rischiato di dormirti addosso
Stronzo, tanti auguri ma non ti conosco
A, E, I ,O ,U Y … se ora parte il trenino mi butto al binario
Guarda là, c’è uno in mutande e papillon
Dov’è il proprietario di casa
L’imbarazzo è palese ma sono cortese
Corre l’anno 2013, in mano alcolici… e niente più
Che vita di merda
Ma che cosa c’entra il bon ton?
Ho riso per forza ho rischiato di dormirti addosso
Alfonso, tanti auguri ma non ti conosco
Tanti auguri ma non ti conosco…
Che vita di merda
Ma che cosa c’entra il bon ton?
Ho riso per forza ho rischiato di dormirti addosso
Alfonso, tanti auguri ma non ti conosco

 
 
Gen 3, 2013 - Senza categoria    No Comments

Tale e Quale

mi è piaciuto un sacco:

 

 

 

 Vi siete mai chiesti in che anno sono stati inventati i calendari?

   

 

Che io sappia i primi a tentare una misurazione del tempo furono i sumeri la bellezza di cinquemila anni fa. Divisero l’anno in dodici mesi e ogni mese in trenta giorni, il tutto basandosi sulla rotazione della terra e sulle fasi lunari.

   

 

Poi, duemila anni più tardi, ci provarono gli egizi e stabilirono che i giorni dell’anno non erano 360 ma 365.

   

 

Purtroppo, però, anche loro commisero uno sbaglio: l’anno, infatti, era un pochino più lungo: durava qualcosa in più di 365 giorni e quelle ore in più col passare dei secoli diventarono un problema.

   

 

Un giorno gli uomini del Medioevo si accorsero che stavano in pieno agosto e già faceva freddo.

   

 

A metterci una pezza provvide papa Gregorio XIII che nel Cinquecento, grazie al matematico Luigi Lilio, s’inventò l’anno bisestile, ovvero un anno di 366 giorni da far cadere ogni quattro anni, in modo da smaltire quel di più che si era andato accumulando negli anni precedenti.

   

 

   E sempre a proposito di calendari, chi ha qualche anno in più sulle spalle ricorderà con nostalgia quei meravigliosi calendarietti che i barbieri erano soliti regalarci a Natale.

   

 

Si trattava di libricini profumati, da infilare nel taschino di petto della giacca, muniti di un cordoncino e di un fiocchetto a colori, dove era possibile ammirare le più belle attrici del momento, tutte rigorosamente vestite da capo a piedi.

   

 

Poi sono passati gli anni e le attrici, a poco a poco, si sono liberate dei vestiti per dare origine ai famosi calendari hard.

   

 

Mai e poi mai quel brav’uomo di papa Gregorio XIII avrebbe potuto immaginare che un giorno le sue fatiche astronomiche sarebbero servite per mostrare al popolo le donne nude.

   
     
     
     
     
     

 

 Come facevano gli antichi a calcolare le ore e, soprattutto, i minuti?

   

 

Tanto per fare un esempio, come faceva Dante Alighieri a dare un appuntamento a Beatrice? Le diceva: «Tesoro, ci vediamo domani mattina all’entrata del Battistero quando il sole è al centro del cielo». E se era nuvolo? E se pioveva?

   

 

E Giulio Cesare, quella volta che decise di attaccare i galli sia da est che da ovest, non avendo un orologio, una sveglia, un telefonino o un razzo luminoso, come avrà fatto a comunicare l’ora dell’attacco ai suoi luogotenenti Considio e Labieno?

   

 

   Ma torniamo ai giorni nostri: ci sono paesi dove il tempo viene considerato un riferimento importante e altri, invece, dove viene sottovalutato.

   

 

Negli Stati Uniti è denaro, nel Messico si spreca, in Svizzera si fabbrica, in India è come se non ci fosse, e a Napoli lo si snobba.

   

 

Dalle mie parti, infatti, quando si dà un appuntamento a un amico si è soliti restare nel vago. «Ce vedimmo a via d’e sette» dicono i napoletani, che tradotto in lingua vuol dire: «ci vediamo nei dintorni delle sette ».

   

 

   Al contrario, più si sale al Nord e più si diventa puntuali.

   

 

Ricordo un fatto incredibile capitatomi durante un viaggio in aereo da Roma a Stoccolma, una decina di anni fa. La mia vicina di posto era una ragazza svedese molto bionda e molto carina. Facemmo amicizia e grazie a lei fui invitato quella stessa sera a una cena.

   

 

Enorme fu la mia meraviglia quando sul cartoncino d’invito lessi che l’orario della festa era fissato per le 19.28.

   

 

   “Come sarebbe a dire 19.28?” chiesi alla svedese.

   

   “Noi qui” rispose lei sorridendo “a volte sfalsiamo l’ora d’inizio di due minuti tra un invitato e l’altro proprio per dar modo al padrone di casa di ricevere gli ospiti come si deve.

   

 

“Questa sera, ad esempio, noi andremo dai Van Straten alle 19.28, poi ci sarà un’altra coppia che arriverà alle 19.30 e un’altra ancora alle 19.32”.

   

   “Ma allora bisognerà essere puntualissimi!” dissi io allarmato.

   

 

In pratica ci recammo alla festa con un certo anticipo. Restammo fermi sotto la casa dei Van Straten, nell’auto della svedesina, per almeno cinque minuti, salvo poi precipitarci alle 19.27 precise verso il portone.

   

 

Sfortuna volle, però, che un signore calvo, con gli occhiali, probabilmente uno che andava a un’altra festa, ci soffiò sotto gli occhi l’ascensore.

   

 

   “Saliamo a piedi!” urlai io e mi lanciai di corsa per le scale. Ce la facemmo appena.

   

 

 

   Quando si dice la puntualità dei settentrionali!

   

 

Non a caso il primo orologio di cui si ha notizia fu costruito in Inghilterra nel 1349 e fu quello del Castello di Dover.

   

 

Che io sappia non aveva ancora la lancetta dei minuti. Bisognerà attendere altri trecento anni perché Galilei s’inventi le leggi che regolano l’orologio a pendolo.

   

 

   A detta del suo biografo Vincenzo Viviani, pare che un giorno il Genio sia entrato in una chiesa e abbia visto un lampadario oscillare a causa del vento.

   

 

Da qui l’intuizione. «Basterebbe allungare o accorciare il filo per farlo oscillare come più ci fa comodo» disse al parroco che lo guardava preoccupato.

   

 

Quindi, una volta a casa, se ne costruì uno su misura, e a forza di provare e riprovare lo fece andare a tempo con i battiti del cuore.

   

 

   Ai nostri giorni un orologio atomico può sbagliare di un secondo ogni tre milioni di anni. Pazienza, dico io, vuol dire che chiederemo scusa per il ritardo.

   

 

   E sempre a proposito di orologi ricordo che quando feci la prima comunione ebbi in regalo da zio Alfonso un bellissimo Philip Watch.

   

 

Ne fui subito orgoglioso. Lo portavo sopra il polsino, come l’avvocato Agnelli, in modo che lo vedessero tutti.

   

 

La mia massima soddisfazione era quella di essere fermato per strada da qualcuno che avesse bisogno di sapere l’ora.

   

 

   Oggi, purtroppo, questo non succede più: tutti hanno un orologio, anche i disoccupati, e nessuno più chiede l’ora a un passante, anche perché la può leggere in pratica dovunque: sul cruscotto dell’auto, sul computer, sul cellulare e via dicendo.

   

 

   Io, in materia di tempo, ho avuto tre grandi maestri, e precisamente: Albert Einstein, scienziato tedesco, naturalizzato americano, nato nel 1879 e morto nel 1955. Henri Bergson, filosofo francese, nato nel 1859 e morto nel 1941, e, buon ultimo, Attilio Caputo, custode di via Orazio 14, nato a Napoli nella prima metà del Novecento e tuttora vivente.

   

 

   Per Einstein le lancette di un orologio scorrono più o meno in fretta a seconda di come il proprietario dell’orologio si sposta nell’universo: più costui viaggia velocemente e più il suo orologio tende a rallentare.

   

 

Una volta, poi, raggiunta la velocità della luce l’orologio si ferma del tutto.

   

 

Chi avesse dubbi in proposito è pregato di leggersi la Relatività, esposizione divulgativa di Albert Einstein, edito da Boringhieri, o, in alternativa, il mio libricino Il dubbio, edito dalla Mondadori nove anni fa (chiedo scusa per l’accostamento).

   

 

   Henri Bergson si occupa del problema tempo nel secondo capitolo dell’Introduzione alla Metafisica e afferma che il tempo passa più o meno velocemente a seconda degli stati d’animo che si stanno provando.

   

 

Ne è così convinto che alla fine, invece di chiamarlo «tempo», lo chiama «durata».

   

 

Detto ancora più terra terra, per Bergson una cosa è stare un’ora abbracciato col proprio grande amore e un’altra passare quella stessa ora sotto il trapano di un dentista.

   

 

Nel primo caso si dice che il tempo è volato, nel secondo che non passava mai.

   

 

   A volte basta distrarsi un pochino per farlo scorrere più in fretta.

   

 

Chi ne dubita provi, quando è fermo con l’auto a un incrocio, a guardare fisso fisso il semaforo rosso in attesa che diventi verde. Più lo guarderà e più lunga sarà l’attesa.

   

 

Se, invece, darà una sbirciatina ai titoli del giornale che ha sul sedile accanto, arriverà subito il verde e gli altri automobilisti suoneranno il clacson per farlo ripartire.

   

 

   Ma chi più di tutti mi fece capire l’importanza degli stati d’animo nella misurazione del tempo fu don Attilio Caputo, di mestiere custode.

   

 

All’epoca lavoravo alla IBM di Napoli e dovendo scegliere una nuova sede, invece di andarla a cercare al centro della città, come peraltro mi aveva ordinato la società, ne presi una eccezionale in via Orazio: quinto piano, balconata panoramica, vista sul Golfo, poco traffico, e Mergellina a due passi.

   

 

Unico problema un ascensore moscio o, per dirlo in linguaggio IBM, non adeguato alla dinamicità dell’azienda.

   

 

   Gli impiegati, infatti, vennero da me a protestare fin dal primo giorno.

   

 

«Ingegnere» mi dissero, «questa mattina sono stato più di dieci minuti ad aspettare l’ascensore».

   

 

Poi ho saputo che era stata la signora del terzo piano a bloccarlo perché aveva avuto dei problemi col passeggino.

   

 

D’altra parte era anche inutile meravigliarsi più di tanto! Quando si sceglie come sede di lavoro un palazzo concepito per abitazioni qualche inconveniente bisognerà pure aspettarselo.

   

 

   La IBM Italia a ogni modo decise di costruire un secondo ascensore all’interno del cortile.

   

 

Per farlo, però, aveva bisogno dei permessi del Comune e soprattutto di quello dei condomini. Il che, tradotto in termini economici, comportava la spesa di alcuni milioni.

   

 

Da Milano arrivarono un architetto e un geometra dell’Ufficio gestione sedi.

   

 

Dopodiché venne indetta una riunione con tutti gli interessati, e tra questi, relegato in fondo alla sala, anche il custode dello stabile.

   

 

   Ebbene, stavamo lì lì per concludere quando don Attilio chiese la parola.

   

 

«Ingegne’» mi disse, «io avrei un’idea. Invece di spendere tutti questi milioni per costruire un secondo ascensore, voi con diecimila lire, o al massimo ventimila, ve la cavate. Vi comprate due begli specchi: uno me lo piazzate a piano terra e uno al quinto piano. Così I vostri dipendenti si guardano, si riguardano, il tempo passa, e nessuno protesta».

   

 

Alla fine questa fu la soluzione adottata e io riuscii finalmente a capire Bergson.

   

 

 Tale e Quale – L. De Crescenzo –

Set 20, 2011 - Senza categoria    No Comments

Amnesty: Marcia per 1500

giro questa iniziativa postatami da amnesty:

Marcia per la pace

 
 

quest’anno saremo alla 50esima edizione della Marcia per la pace Perugia-Assisi del 25 settembre, per denunciare le violazioni dei diritti umani dei migranti

Dall’inizio della crisi in Nord Africa e Medio Oriente si stima che siano almeno 1500 le persone morte nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa. UN NUMERO INACCETTABILE.

Durante la marcia vogliamo ricordare ognuna di queste vittime, sfilando in 1500 con indosso una maschera bianca, per simboleggiare l’enormità e la gravità dell’accaduto.

Per farlo abbiamo bisogno di 1500 persone che vogliano esprimere insieme a noi la loro indignazione, e chiedere all’Europa di garantire un accesso sicuro per le persone in fuga.

Per aderire scrivi subito ad action@amnesty.it

Ci vediamo a Perugia.

firma

Fabio Ciconte
Direttore Ufficio Attivismo
Amnesty International – Sezione Italiana