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Ott 31, 2013 - cinema e tv    3 Comments

Film: La pivellina -Non è ancora domani-

La dignità raccontata con un film.
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Cosa serve davvero ad un essere umano?
 

Tutti noi siamo nati bambini, non tutti noi abbiamo avuto una famiglia, uno o due genitori al nostro fianco, dei fratelli, parenti, amici… esistono vite che non hanno avuto ciò e altre che nonostante le figure indicate possano gridare “presente” probabilmente ne avrebbero fatto anche volentieri a meno.

Molte vite, molti modi di viverle.

Perché si decide di fare un film?? Perché si decide di guardarlo?

Credo che il motivo sia cumulabile, credo che da una parte c’è chi vuol trasmettere qualcosa e dall’altra chi si aspetta di ricevere qualcosa.

Quello che ho ricevuto io guardando questo film è davvero tanto.

Spunti, riflessioni, tenerezza, calore umano, tristezza, vergogna, angoscia, perplessità.

Il film racconta una parte della storia di vita di una piccola bambina di circa due anni, che viene ritrovata semi abbandonata (in realtà una lettera testimonierà il possibile ritorno di una madre forse disperata) in un parco da una donna che ha percorso la sua storia  per scelta o per esigenza inseguendo lo spirito circense.

Questa donna, Patti, dai modi apparentemente grezzi ma mostruosamente più umani e naturali di quanto  possa arrivare a vedere da chi non ha mai avuto modo di vivere o condividere realmente quel mondo, è un concentrato spaventoso di potenza dell’umanità. Nel corso di tutto il film trasuda dignità come ho riconosciuto in pochi altri personaggi visti tra cinema e vita reale. La potenza del cuore, la straordinaria semplicità della vita nei suoi punti fondamentali fanno apparire questa donna normalissima come una delle più belle, sane e pure personalità che ho mai incontrato.

Vive tra camper e container assieme al compagno circense pure lui, portatore di elevatissima dignità anche lui, assieme ad altri compagni di vita in una piccola comunità che esclude il superfluo e anche qualche possibile piacere ma che non sembra soffrirne mai.

Accoglie questa bambina e la tratta come una figlia dal primo istante, la zia patti, come si auto definisce entra nel cuore della bimba tanto quanto la bimba faccia con lei.

 
Aia (Asia) sembra rinnegare la madre ma non sembra soffrire particolarmente in sua assenza, mi ha toccato particolarmente e forse non riesco ad essere sopra le parti nel provare a raccontarla perché ha qualche mese in più di mio figlio e in molti suoi gesti, suoi sguardi, suoi versi lo rivedevo in lei e… 
lo dirò alla fine di questo testo.
 

Per essere una bimba abbandonata dimostra un carattere socievolissimo e anche molto autoritario, sembra in tutto e per tutto una bambina felice e serena che sa divertirsi e che sa ascoltare, è devastante nella sua semplicità e naturalezza. Ha tutta la vita davanti e sembra essere indirizzata alla sua scoperta con la giusta curiosità che ogni bambino dovrebbe essere sempre libero di esprimere e vivere al di là dell’educazione che ad ogni modo non dovrebbe mai mancare.

Ci sono ancora due personaggi fondamentali in questo film che meritano una piccola citazione, il compagno di Patty che come già detto è un uomo tutto d’un pezzo, saggio e buono che lavora per mantenere la sua compagna, la sua dignità e anche i suoi animali ma che ogni volta che si trova difronte ad un bambino o adolescente esterna consigli di vita e di comportamento con bontà, lealtà e straordinaria, appunto, dignità. E’ una persona che ha imparato a vivere, ed ha imparato a farlo senza mai negare il rispetto e senza mai mancare a quei valori umani che dovrebbero essere fondamentali ad ogni padre che deve o vuole educare il proprio figlio o ad ogni persona che si trova costretta a farlo.

E poi c’è Tairo, in pieno periodo adolescenziale, che sta anch’egli affrontando la vita con assoluta dignità apparentemente senza soffrire mai di tutte quelle aspettative, attese sociali, bisogni civili che invece vivono spesso i ragazzi che fanno parte delle comunità chiamiamole “normali”. Vive Aia come se fosse una sorella, con lui torna a vestire i panni del bambino (per esempio quando vanno a giocare nel fango) e prova a vestire quelli dell’adulto (quando cucina e butta le patatine fritte), segnerà un passo fondamentale per l’uomo che diventerà un domani.

Veniamo rapidamente alle sensazioni descritte prima:

Ho provato tanta tenerezza nel vedere come ognuna di quelle persone si rivolge sempre al prossimo con assoluto rispetto e come in un apparente vita di stenti nessuno abbia mai pensato nemmeno per un momento di storcere il naso verso una nuova vita, un nuovo essere umano che entra a far parte della loro piccola realtà.  In questo, spesso noi popolazione colta e civilizzata dimostriamo un ignoranza fuori dal comune.

Ho provato tenerezza nello scambio di racconti dell’adolescenza tra Patti e Tairo, ho provato tenerezza nelle parole di Walter che avvisa Patti dei rischi con la giustizia e quando spiega a Tairo che la parola non è uguale per tutti e che è il pregiudizio a renderla a diversi pesi.

Ho provato tenerezza quando Walter esce con la Aia e va a farsi le foto, come se avesse il bisogno di fissare quel periodo per non dimenticarlo mai, nonostante possa sembrare un uomo che superi le emozioni.

Calore umano l’ho provato durante tutto il film, in tutti i personaggi coinvolti, principali e secondari, calore umano l’ho provato quando Patti indaga sul possibile suicidio della madre di Aia, quando come regalo per aia arrivano 4 cuccioli. In ogni sguardo, in ogni ripresa c’era la naturalezza della vita, cerano gli occhi di chi, infondo, semplicemente vive e per farlo oltre all’ossigeno condivide il calore umano.

Tristezza l’ho provata quando nessuno ha partecipato allo spettacolo di Walter e Patti, che nonostante questo non si sono messi a piangere disperati, a inveire contro chissà quale possibile responsabile ma hanno semplicemente accettato il fatto. Quanti di noi sono in grado di fare altrettanto?? E’ davvero sempre così indispensabile dare una colpa a qualcosa o qualcuno??  Anche qui ho visto dignità ai massimi livelli umani.

Vergogna l’ho provata ripensando a quante volte passando mi è capitato di pensare male di qualcuno che magari vedevo camminare per la strada trasandato, o con vestiti apparentemente “usati”, o scavalcare recinzioni. Vergogna l’ho provata verso i miei pensieri tutte le volte che ho pensato che una persona “povera” lo fosse tanto nell’aspetto quanto nello spirito.

Angoscia, infinita, l’ho provata nella parte finale, nell’ultima scena nel possibile addio, nel possibile arrivederci, nel possibile proseguimento, nel non sapere

Perplessità sempre nella scena finale, nella foto di Walter che riappare (non sono sicuro di avere chiaro il motivo), nella lettera della madre, nel fatto di non vederla ritornare, nel motivo per cui è stato deciso di non dare una fine a questo racconto.

Concluderei rispondendo alla domanda iniziale e dicendo che ancora una volta, anche grazie a questo film, rafforzo la mia tesi che dice che i figli sono di chi li cresce e non di chi li mette al mondo e che ogni bambino sulla terra ha come bisogno primario, non quello di avere una casa o una mamma ed un papà, ma quello di conoscere, di ricevere amore e di sentirsi considerato come persona da uno o più dei suoi simili.

 
Nulla è più importante ed indispensabile del vedere  che dalla propria vita deriva anche la felicità dell’altro e che nessun essere umano al mondo può sopravvivere alla solitudine.

Lug 1, 2013 - cinema e tv    2 Comments

Film: Molto forte, incredibilmente vicino

Sono sempre stato attratto dalle vite “diverse”.

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Dalle storie di vita di quelle persone che vivono, per qualsiasi motivo,
un tipo di vita non standardizzato.

Nel mio immaginario hanno qualcosa in più degli altri, la loro conoscenza, il loro
incontro ti arrichisce sempre, nel bene e nel male.

“io sono un diverso” come si definisce il protagonista del film è spesso la chiave
che ti permette di scoprire lati del tuo profondo che magari senza gli stimoli ricevuti
non avresti esplorato.

“non smettere mai di cercare” è quella sorta di forza che senti dentro che ti permette
di vivere giorni diversi da quelli appena vissuti, che ti permette di imbatterti
in situazioni e persone che a loro modo, la vita, te la cambiano.

Essere pronti e predisposti alla ricerca, all’ascolto, all’inseguimento di tracce, spunti,
pensieri significa sentirsi partecipi di una vita che non riguarda soltanto le persone e che
non è influita soltanto da esse.

Domanda e risposta. Infondo tutte le nostre esistenze si riducono a questo, la cosa che cambia
non è tanto il numero quanto la qualità.

Queste le principali riflessioni che sono scaturite dalla visione di questo bellissimo film.

Non ho letto il libro quindi non ho termini di paragone, come sempre racconterò soltanto
pensieri ed emozioni che il film mi ha donato.

Il protagonista un ragazzo in via di sviluppo nel percorso che lo porterà un domani ad essere
un uomo, pieno di incertezze e paure ma altrettanto fornito di un enorme forza di volontà e
determinazione.

Un padre a cui probabilmente la vita dal punto di vista professionale ha dato meno di quanto
avrebbe meritato, ma che ha donato al figlio il piacere che la vita stessa può riservare, attraverso
quella caratteristica che spesso è motore delle vite più straordinarie: la curiosità.

Il destino che li ha separati prima che a separarli probabilmente sia la vita stessa.

Una madre di cui parleremo dopo.

Una nonna moderna e tecnologica che in piccola parte copre il vuoto lasciato dal padre ma mantiene
nascosta una verità fondamentale.

L’inquilino misterioso che non parla da molti anni ma che comunica scrivendo i suoi pensieri, che in
tutta onestà è l’unica figura del film che mi lascia un pò perplesso, avrebbe potuto essere ciò che non
è stato, rimane però molto interessante la figura della persona che comunica senza usare la parola.

Poi ci sono altre piccole comparse, tutte originali, tutte con una vita in qualche modo diversa dallo standard,
tutte con i loro problemi e le loro curiosità che non vi svelo perchè colorano un pò il film.

Il film che apparentemente verte sul rapporto padre-figlio a mio avviso è surclassato dal rapporto madre-figlio,
vi spiego i miei perchè:

La vera sorpresa del film oltre alla comunicazione del protagonista per me è stata la figura della madre.

Quando una donna ti sorprende lo fà totalmente… e molto spesso una donna che è anche madre vanta delle doti
che non si possono immaginare.

La figura che avevo nella mia testa per buona parte della visione del film era di una donna, ancora innamorata
del suo uomo e indubbiamente molto legata a lui, che dopo la sua scomparsa aveva perso in un attimo oltre che
se stessa anche il figlio, passiva, debole, rinunciataria, sconfitta dal dolore e avversa alla vita.

Mai come in quel momento un figlio dovrebbe identificare nel genitore rimasto il punto di appoggio, la spalla su
cui aggrapparsi ma sopratuto la famiglia su cui costruire la sua indentità; invece il rapporto si incrina, non
c’è comunicazione, sembra mancare pure il rispetto, un bambino o ragazzo che sia ha bisogno di un immagine di reazione
che apparentemente non trova nella madre, ne consegue che per un certo periodo, credo, Oskar (il ragazzo protagonista)
si senta quasi orfano e perda tutta la considerazione sulla madre.

Proprio nel momento in cui i piedi poggiano sul fondo, la sorpresa, forse scontata forse no, per me pur sempre sorpresa
che ci rivela che la madre in realtà in tutto quel tempo in cui si annida la vicenda è stata molto più presente
di quanto Oskar stesso potesse immaginare. La madre non solo aveva capito ciò che Oskar le teneva nascosto, ma lo aveva
anticipato in ogni suo spostamento, in ogni sua mossa.

Mi sono chiesto solo per un istante se ci fosse qualche possibilità di confronto con una vita reale, ho smesso di chiedermelo
perchè infondo non ha nessuna importanza, mi sono messo a pensare che cosa avrebbe realmente permesso alla madre
di fare ciò che ha fatto??

Soltanto una famiglia costruita su basi di sentimento reale, di conoscenza, di dialogo, di confronto e di rispetto
soltanto una famiglia basata su un legame d’amore potrebbe un giorno riuscire a vivere e raccontare una storia come questa.

Una famiglia dove apparentemente Padre e Figlio la fanno da padroni con i loro giochi e passatempi di logica e scienza,
una famiglia dove la madre è un pò il raccordo tra i due e si defila apparentemente nell’ombra senza interagire
oppure ostacolare i loro momenti da individui sviluppati ma che sempre nell’ombra è molto più presente di quanto
loro stessi si possano render conto e nel momento del bisogno è in grado di rivestire il compito di madre e padre
con stile, silenzio e un enorme intelligenza sociale.

Ho sempre penstato che le più grandi gesta che un essere umano possa compiere sono quelle compiute in silenzio.

Giu 18, 2013 - cinema e tv    6 Comments

Cartoon: The Brave -Ribelle-

Alcuni dicono che al destino non si comanda, che il destino non è cosa nostra.
Ma io sò che non è così. Il nostro destino vive in noi, bisogna soltanto avere il coraggio di vederlo

the brave, ribelle
Spesso questi film racchiudono contenuti che a mio avviso sono molto più adatti ad un pubblico adulto
che ad un pubblico bambino.

Ma non adatti perchè sostenibili.

Adatti perchè dei messaggi “nascosti” o meno che siano, ne abbiamo dannatamente più bisogno noi
adulti di quanto non potrebbero averne i nostri figli.

Brahve è il cartoon molto bello e profondo con dei messaggi e uno spirito che se contenuto in un corpo
e una mente adulta sarebbe indubbiamente una possibilità di cambimento per il futuro.

La frase che ho citato sarà il punto chiave di questa mia riflessione/recensione.

Il destino, cos’è il destino?

Colei che tutto sà (tal Wiki Pedia) narra che il destino (da non confondere con il fato) genericamente si
rifersce ad un insieme di inevitabili eventi che accadono secondo una linea temporale precisa, soggetta
alla necessità e che portano ad una conseguenza finale prestabilita.

Quindi si è definito cosa sia ma non chi ne regoli le funzioni e l’esistenza.

Ma torniamo al film, ritornando alla frase citata.

Chi pronuncia quella frase?? Merida, una ragazzina di 6 anni in lotta continua con la madre che
cerca di imporle la standarizzazione dei comportamenti e dei pensieri a quello che viene previsto
dal codice etico, morale e comportamentale di una bambina della sua età che è nata, e designata, come
erede al trono.

Il giorno del suo sesto compleanno Merida riceve in dono dal padre Re Fergus, classico energumero statuario
dotato di pensieri semplici semplici e di modi tanto rozzi quanto buffi, un arco con relative frecce.
Merida entusiasta del regalo appena ricevuto, che viene invece disprezzato dalla madre, corre a far
valere la sua arte di arciere.

Rincorrendo una freccia lanciata e dispersa nel bosco incontra i fuochi fatui e li insegue, terminato l’inseguimento
mentre ritorna dai genitori vedrà il padre impegnato a difendere lei e la madre da un attacco dell’orso Mor’du.

Fortunatamente la collutazione terminerà senza vittime.

Da quel giorno, la distanza di sogni, pensieri e ambizioni con la madre aumenterà sempre più.

Merida soffre le imposizioni della madre Elinor, soffre nel non sentirsi compresa, nel non sentirsi
nemmeno ascoltata e soffre nel dover obbligatoriamente vestire i panni della persona che non è, e che
non sarà mai, specialmente perchè, lei, desidera un futuro diverso da quello della madre.

Quante persone si trovano nella stessa situazione?

E il destino, in tutto questo?

Il suo destino è segnato dalla nasciata, è nata come unica figlia (in seguito nasceranno ben tre fratelli) del re e della regina,
la sua vita sarà prima quella della principessa e poi quella della regina, tutta la sua vita scorrerà all’insegna di questa
storia già scritta.

Non ci sono scelte, non ci sono azioni, non ci sono libertà. Principesse si nasce.

Merida non riesce a sentirsi a suo agio sotto queste spoglia, ci soffre, sente che la sua felicità
è molto lontana da quello che il destino ha previsto e fa tutto quello che le sue forze e la sua mente
gli permettono di fare per lottare affinchè la sua vita possa esser definita SUA.

La vita da Merida occupa pochi attimi della sua esistenza, ma in quegli attimi lei si sente felice
la vita da principessa Merida, dipinta dalla madre in ogni attimo, è una tortura.

Quando Merida viene informata dalla madre che presto le verranno presentati i pretendenti alla sua mano
tra i tre figli dei capi clan governati dal padre, il classico matrimonio combinato, la principessa
ovviamente cade in un pianto disperato.

Merida fugge nel bosco e incontra nuovamente i fuochi fatui che ancora una volta segue senza
remore, i fuochi fatui sono le tentazioni a cui nessuno di noi riesce a rinunciare e l’incontro che farà
merida in seguito sarà la conseguenza della scelta fatta. Seguire le tentazioni.

Chiedere al destino di cambiare le cose è semplice e possibile. Riuscire ad accettare quel tipo di cambiamento
invece non lo è mai altrettanto. Il cambiamento chiesto da Merida avviene ma non nella forma che lei si aspettava.

Perchè chiediamo al destino o chi che sia di cambiare le nostre vite? perchè non risuciamo quasi mai
a farlo da soli?? E’ davvero così impossibile?? oppure abbiamo soltanto bisogno di sapere che ci sarà qualcun altro
a farlo per noi?

E siamo sicuri che sia ciò che ci sta attorno a dover cambiare per regalarci un pò di serenità o felicità??

Il cambiamento a cui è sottoposta Merida, che di fatto la fa soffrire più di prima e le fa capire che forse
prima di chiedere il cambiamento di ciò che ci circonda potremmo fare noi direttamente qualcosa per cambiare
le lascia in dono anche un importantissimo messaggio che solo un adulto può cogliere.

L’orgoglio spesso segna le nostre vite, ma più di esso, ancora una volta le segnamo noi con le nostre
convinzioni e paure, con la nostra abitudine a non vivere in prima persona a non ascoltare e ascoltarci veramente
e ad affidare le nostre sorti al prossimo chiunque esso rappresenti.

Il film è pieno di evocazioni, riflessioni ed argomenti tutt’altro che futili e banali, unisce il fascino della storia
passata, con la modernità del personaggio di Merida, l’invocazione di simbologie tra l’arazzo strappato e le statuine
scolpite in legno, e le figure mistiche tra streghe e fuochi fatui, la magia degli incantesimi che cambiano le persone
e la caparbietà di chi difende con tutte le sue forze e compresi i suoi limiti ideali e persone care.

Unisce la denuncia delle vite pianificate con la libertà di quelle vissute inseguendo sogni e speranze
ancora una volta come in quasi ogni cartoon ci dimostra come purezza e bontà d’animo spesso sono racchiuse in persone
che forse possono vantare meno intelligenza sociale ma molto più rispetto per la vita di quanto non sia in grado di fornire
un anima complessa e sviluppata.

Ci ricorda ancora una volta che la voce del cuore è quella che più di ogni altra ci permette di
essere dei padri e delle madri migliori per i nostri figli.

Ci ricorda, ancora,  che spesso le persone sono intrappolate in rigidi schemi e appaiono come ciò che non sono
perchè abitutate da sempre a seguire delle regole che non hanno mai avuto modo di accettare o rifiutare.

Ma sopratutto, quello che è l’insegnamento più grande che il film trasmette, secondo me,  ci ricorda che solo se ci crediamo veramente, il nostro destino vive in noi, bisogna soltanto avere il coraggio di vederlo.

Mar 27, 2013 - cinema e tv    2 Comments

Film: I Croods

I CroodsI Croods

 

Se tra un sorriso e una lacrima che la visione di questo film può suscitare,
i bambini riuscissero a cogliere tre messaggi fondamentali, sono sicuro che
il mondo che contribuiranno a creare in futuro sarebbe sicuramente un posto migliore..

Il primo messaggio è quello che molto spesso semplici parole non dette pesano come
macigni, spesso il non aprire i nostri reali sentimenti verso le persone care altera
la nostra vita anche irrimediabilmente.. avere il coraggio di guardarsi dentro
e di capire che voler bene è anche riuscire a donare ed osservare la libertà
della persona amata è sintomo di grande intelligenza.
Usiamo un sacco di parole nella nostra vita, molte delle quali spesso inutilmente o
a sproposito, la parola è un grande dono e molte volte abbiamo paura di usarla
quando sarebbe tanto semplice farlo quanto utile e sorprendete, intere vite cambiano
per una parola detta o non detta.

Il secondo messaggio è quello di essere sempre aperti ad ascoltare, a credere
in quello che altri definiscono impossibile ma sopratutto ad ammettere a se
stessi che sbagliare, cambiare idea e imparare sono delle caratteristiche di
grande intelligenza.
E’ importante conoscere il passato tanto quanto lo è essere aperti verso il futuro
considerando che quello che non si conosce non sempre è qualcosa di malvagio ma
spesso è solo una possibilità di crescita ed evoluzione.

Il terzo messaggio è quello che spesso istinto, fede, sogni e speranze sono ciò che
differenzia una vita trascorsa in attesa dell epilogo da una vita vissuta fino alla fine
una vita da poter raccontare e da poter lasciare in dono a se stessi e al prossimo.
Esistono diversi modi di vivere e di trascorrere la propria esistenza, ognuno è libero
di scegliere quello più adatto a lui, ma inseguire quel tipo di vita ti regalerà
senza dubbio emozioni per riempire molti attimi della tua esistenza

Sono convinto che se i bambini cogliessero anche soltanto una piccola parte di
questi messaggi il mondo di domani sarebbe un posto dove si vivrebbe molto meglio.

Mar 16, 2013 - cinema e tv    16 Comments

Film: Melancholia

 

M E L A N C H O L I A

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E con un paio di giorni di febbre alta alle spalle e di ore e ore passate a letto che decido di
rivoluzionare la mia giornata guardandomi un film, un pò di forze le ho riprese e allora fiducioso
scelgo di vedere Melancholia.

Come al solito non mi sono documentato prima su che cosa mi aspettasse, anche se già la scelta del
regista lasciava poco spazio all’immaginazione.

Come al solito dicevo non andrò a recensire ma a raccontare ciò che sono state le riflessioni e i
pensieri che ho incrociato durante e dopo la visione di questo film.

La parte iniziale è per menti sottili, spunti di arte, immagini di comunicazione, stimoli sensoriali
che ti lasciano solo il silenzio per osservare; piatto l’elettroencefalogramma, non c’è tempo per gli
impulsi elettrici, rapinati anche loro alla ricerca di capire come tradurre le sensazioni.

Passata questa fase inconscia ecco che il film ha inizio.

Regia e sceneggiatura ci regalano subito il grande controsenso delle nostre vite, quella limousine
immagine di ricchezza, ostentato lusso e lussuria, eleganza e potenza che nel giorno più importante di quella che dovrebbe essere la nostra vita non riesce a muoversi e a passare lungo una piccola e stretta strada di montagna.

Tutti i tentativi fatti dall’autista, dallo sposo e poi dalla sposa, la lenta goffaggine di quel macchinone
su quella piccola strada sperduta sono il simbolo di un pò tutto il film, è il preludio al “controccorrente”
che noteremo durante tutta la pellicola.

è la scena iniziale e non credo lo sia per caso.

Matrimonio, sposo e sposa che vedono investite le loro vite dagli eventi, che subiscono dapprima apparentemente felicemente ciò che “la società benestante e ben pensante” ha previsto per loro e non si rendono conto di essere semplicemente delle comparse ma sono, in quel momento, convinti di essere i protagonisti, così come quella limousine che diventa inutile se messa realmente davanti a ciò per cui dovrebbe esser nata, cioè lo spostarsi lungo una strada..  se quella strada esce un attimo dai canoni abituali ecco che la nostra lussuosa limousine si trasforma in un inutile dinosauro mobile che non è in grado di adattarsi non tanto ad un imprevisto ma ad una diversa versione della realtà che conosceva fino a quel momento.

Veniamo ora un attimo al primo profilo dei due protagonisti del lieto evento:

Lei sposa dominante, ragazza brillante dal grande intuito e dalla sensibile intelligenza, sorriso coinvolgente cerca di gestire con un pò di timore l’evento che gli si stà realizzando davanti; lui sposo timido e impacciato molto probabilmente cresciuto in un regime di protezione ed indirizzamento poco abituato al “fuori pista della vita” sembra quasi il classico ragazzo per bene costruito in laboratorio da una famiglia che indubbiamente ha trasmesso l’educazione ma si è dimenticata di lasciare quella dose di libertà e di piacere per la vita che per altro lui non sembra ricercare mai.

Superato l’ostacolo limousine il sogno stà per diventare realtà, matrimonio regale in una villa da sogno
con un sacco di invitati pronti e adatti alla festa di lusso. Il confronto tra finzioe e realtà tra costruzione e spontaneità, tra normalità e ricerca della divinità appare lampante fin dalle prime scene e le caratteristiche personali che emergono dai protagosnisti della prima parte del film, quella dedicata a Justine non fanno che accentuarle.

Anche il paralello indiretto tra lo sposo e la sposa viene messo in luce dai lati caratteriali delle
persone che quei protagonisti hanno contribuito a crearli, la famiglia originale di lei, notevolmente
incompatibile che evidentemente non ha mai contribuito con l’istruzione e il rigore all’educazione
delle figlie come può aver fatto la famiglia dello sposo ha creato in  Justine una persona dai parecchi lati geniali;

vero è che la sorella è apparentemente più normale ma anche in questo caso credo ci sia una spiegazione che vedremo però nella seconda parte dell’analisi, ad essa dedicata. La famiglia di lui, famiglia come tante altre, come quelle disegnate nelle favole che ha creato questo esempio di uomo educato, colto e rispettoso che però manca di quel qualcosa che lo può rendere interessante anche dopo i primi 10/15 minuti di conversazione.

Il confronto tra la figura della madre, ostile, maleducata, fredda ma intensamente sincera e il padre
leggero, stravagante e caloroso che sembra in grado di non dare importanza a nessun lato della vita ma allo stesso modo sembra non dimenticarsi mai dell’amore per la figlia sono il contorno all’evento che contribuiscono a spiegarci quanto Justine  sia in un contesto che non le appartiene e quindi sbagliato, sbagliato se volto alla ricerca della sua felicità.

Ancora un personaggio, a mio avviso interviene per dare il senso di quanto sia sbagliato, in termini assoluti, dedicare la nostra vita a qualcosa che non ci appartiene e quanto questo non possa che portare ad un epilogo che mai sarà realmente piacevole, la discriminante è data soltanto da quanto siamo in grado di guardarci dentro e di ammetterlo e quanto siamo in grado di fingere.


Stavo divagando, questo personaggio è ovviamente, per chi ha visto il film, il datore di Lavoro di Justine che prendendo la palla al balzo comunica le evoluzioni dei suoi affari lavorativi in un giorno in cui questi non dovrebbero nemmeno avvicinarsi con il pensiero. Prendere a pretesto, usare come alibi per fingere benevolenza verso una persona un evento o una situazione è cosa comune nel mondo “della società” e forse non c’è nemmeno niente di male a farlo, rimane il fatto che è un gesto lampante di disinteresse verso le persone e di forte interesse verso la mediaticità dell’evento.

In tutti questi tipi di eventi la persona (anche se spesso non se ne rende conto) che dovrebbe essere al centro dell’evento stesso viene lasiciata in disparte perchè tutte le luci e le attenzioni sono catalizzate dall’evento stesso, io credo che questo l’autore abbia realmente cercato di comunicarcelo.

Non vi racconto altro sulla prima parte del film, così se non lo avete visto magari potete provare un qualche interesse, le mie riflessioni si concludono parificando la conclusione della prima parte stessa:

Perchè ci facciamo rapinare le nostre vite?? perchè chi ci sta vicino, spesso, non è in grado di farlo senza voler disegnare tutta la nostra esistenza o parte di essa?? magari aggiustando ciò che è mancato alla sua, senza pensare che magari non è quello che macherebbe alla nostra o che questa mancanza possa essere per noi così importante come lo è stato per lui/lei?

La seconda parte, è un altro film, è un altra sorella, è un altra storia.


A mio avviso molto più interessante e complessa.

E’ la storia di uno dei tanti limiti della nostra mente, dei limiti che abbiamo nella governabilità delle nostre emozioni e dei nostri pensieri. E’ una storia triste, diranno, io credo sia semplicemente una storia; molto più veritiera di altre, la definiamo triste perchè non siamo capaci di affrontarla con la giusta dose di neutralità ma infondo di triste non ha quasi nulla.

E’ la storia della sorella di Justine tale Claire sposata con un uomo brillante e uno scienziato di successo, con un piccolo bambino molto educato anche lui, che risponde bene alle emozioni a comando.

 

Una famiglia disegnata e costruita con calma e parsimonia, dove ogni comportamento è supervisionato dall’etica della società delle famiglie rispettate; Un padre che vive per la scienza e non si preoccupa delle passioni, desideri, speranze e abitudini di moglie e figlio tranne nel caso in cui, spontaneamente o meno non combacino con le sue.  Dal canto suo, c’è questa figura dismessa e autoritaria nel nulla della madre che come spesso accade è l’unico perno su cui ruota tutta questa forma di famiglia, che però mai appare realmente felice della vita che fa.

Si prende cura della sorella, malata e fuori schema perché deve farlo, dice di odiarla ogni volta che la sorella stessa la mette difronte alla verità del suo destino, della sua vita e ogni volta che la fa rispecchiare su se stessa, finge di amarla e di preoccuparsi di lei in tutti gli altri momenti della giornata nei quali non fa altro che recitare la sua parte.

Claire che passa per la versione ben riuscita, precisa, pignola che aveva organizzato il matrimonio secondo i canoni attesi dagli invitati nella prima parte del film e che si trova a sacrificare la sua esistenza nel nome della vita di suo figlio e della sfortunata sorella malata che probabilmente non avrebbe nemmeno mai chiesto tale aiuto.

 

La figura del marito, luminare scientifico si sgretola alla luce del sole della vita, l’insuccesso di una società che gerarchicamente eleva persone con valori del tutto  discutibili viene posta in evidenza quando lo stesso si rende conto, non soltanto di aver dedicato anni della sua vita a qualcosa di fine a se stesso, ma quando si trova difronte all’errore evidente e non regge, decidendo di farsi da parte e lasciando moglie e figlio al loro destino. Sono queste le figure che la società premia nella vita in comunità, questo credo sia uno dei messaggi che il regista cerca di trasmettere.

 

E così che difronte all’inevitabile morte l’unica figura che si comporta con dignità e che sembra non soffrire di quell’angoscia che nasce nella menzogna della vita che ci raccontano è quella della sorella malata che riesce con un gesto semplicissimo ad affrontare il suo destino riuscendo a tranquillizzare per quanto possibile le persone a lei care.

In mezzo a tutto questo struggente per me che sono un giovane padre, la figura del bambino, sovrastato dalla mitologia dei racconti del padre e dall’inconsapevolezza di ciò che ci succede attorno rimane in balia degli eventi e si affida a quegli adulti che dovrebbero aiutarlo a crescere ma che in certi momenti non sono di certo quello che si può considerare un esempio. In fondo siamo tutti uguali, evolviamo e regrediamo in modo differente ma difronte a certe situazioni non esiste età che ti garantisca la capacità di affrontarle.

 

Sostanzialmente dovrebbe essere un film molto triste e angosciante, credo sia un film che racconta un punto di vista, che fornisce spunti di riflessioni su determinati argomenti e che ci riporta, durante la visione, a sentirci come se fossimo allo stato brado di noi stessi, senza certezze, con diverse paure, ma con la possibilità di scegliere se e come provare ad affrontarle. 

 

Ah si, dimenticavo, sapete di che cosa è malata Justine?? è un qualcosa che se appartiene ad un animale lo riconosciamo come una semplice caratteristica dello stesso, ma se appartiene all’uomo siccome non siamo in grado di provarla, siamo invidiosi per chi l’ha sviluppata e siamo preoccupati per quello che può donare alle nostre vite la consideriamo una malattia, chi ne soffre è spesso considerato fuori dal comune, elemento anormale… la malattia in questione si chiama Sensibilità.

Ott 20, 2012 - cinema e tv    2 Comments

Film: The Golden Temple

 

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THE GOLDEN TEMPLE

che belle le olimpiadi, che bello spettacolo, che bell’evento all’insegna dello sport.
 
La festa dello sport, una manifestazione che permette a tutti gli sportivi del mondo di misurarsi nelle loro abilità e confrontarsi sognando una medaglia d’oro.
 
Quindi ragionando algebricamente lo sport è alla base delle olimpiadi, e ciò che permette alle olimpiadi di esistere.
 
Lo Sport è l’insieme di quelle attività, fisiche e mentali, compiute al fine di migliorare e mantenere in buona condizione l’intero apparato psico-fisico umano e di intrattenere chi le pratica o chi ne è spettatore.

Proseguendo con il ragionamento quindi le olimpiadi sono un contenitore di intrattenimento per chi  le pratica e per chi le osserva.
 
Effettivamente in nessun caso fino ad ora si è parlato di qualcosa che riguardi etica e valori, eppure le olimpiadi sono da sempre vendute (questo termine è voluto) come un esempio anche in questo senso. 
 
Le ultime edizioni rispettando lo stato politico economico del mondo sono ancora, più di prima, legate a concetti di intrattenimento e spettacolo, la vendita del pacchetto Olimpiadi è un business enorme che viene venduto ad arte, garantendone e mantenendone un immagine idilliaca agli occhi degli spettatori.
 
The Golden Temple ci racconta però l’altra faccia dei giochi olimpici, la faccia nascosta, la faccia che deve rimanere segreta, la faccia del prezzo da pagare per far si che “The show must go on” che il pacchetto venduto venga consumato per intero, come previsto.
 
In questo caso il focus è indirizzato alle recenti Olimpiadi di Londra dove guardando il film si scopriranno diversi lati oscuri dell’organizzazione legata all’evento.
Lati noti nella politica del business, lati noti nelle logiche di mercato ma dati che non sono affatto scontati in una logica di un evento sportivo superpartes come i giochi olimpici.
 
La regia e il montaggio fanno scorrere bene il film, la colonna sonora in alcuni punti poteva essere maggiormente incisiva, gli sguardi, le voci, i racconti della gente che ha vissuto e subito questa organizzazione sono da vedere ed ascoltare, e credo siano l’elemento che impreziosisce la pellicola, elemento sul quale giustamente è incentrata.
 
Il film documentario scorre veloce, complice l’abilità narrativa dei protagonisti, le argomentazioni interessanti e mai banale e le diverse riflessioni che lo stesso ci induce ad affrontare. E’ una visione importante che andrebbe diffusa e condivisa perchè alla fine io credo si possa ottenere lo stesso risultato ottenuto senza calpestare vite, persone, luoghi e storie che sono sempre le vere cornici delle nostre esistenze.
 
Non è soltanto un film di denuncia contro la politica businessiana che ha strategicamente costruito le olimpiadi di Londra con un centro commerciale intorno; è un documentario sul valore che viene attribuito ad alcune vite che oggi non conosciamo ma che domani potrebbero esser le nostre se una sfortunata reazione a catena si indirizzasse verso di noi per qualsiasi malaugurato motivo. L’evidenza che mi piacerebbe rimanesse nelle persone che avranno il modo di vedere The Golden Temple è quella che qualsiasi vita va rispettata e nel nome di niente e nessuno si può pensare o ritenere corretto calpestare la dignità civile di una famiglia, di una città o di una singola persona; e che forse, a volte, emozionano più le storie di persone comuni di quanto non possa fare la recita di un mastodontico evento sportivo o televisivo.
 

 

Set 16, 2012 - cinema e tv, Estratti    No Comments

Film: The Golden Temple

The-Golden-Temple.jpg

Riporto qui per gli interessati un pò di notizie ed informazioni su questo film molto interessante che racconta dandoci modo di conoscere tutto ciò che delle recenti Olimpiadi non viene raccontato, costi e prezzo che parte di persone comuni devo pagare perchè….
“the show must go on”…

(tutto il materiale è stato messo a mia disposizione direttamente dalla Caucaso Factory ed è quindi da considerare ufficiale).

Quando i nostri telegiornali, il nostro giornalismo si occuperà di temi simili a questo, allora si potrà pensare di iniziare a vivere in un mondo migliore!

THE GOLDEN TEMPLE

La Caucaso Factory , casa di produzione indipendente con sede centrale a Bologna, ha portato a Venezia un importante documento sulle Olimpiadi da poco concluse. The Golden Temple – Olympic Regeneration of East London è l’unico sguardo alternativo e “trasversale” sull’enorme evento – mediatico, politico, economico, sociale, sportivo – incarnato dalle Olimpiadi londinesi. Per farlo, cerca le storie di chi con l’enorme impianto olimpico ha dovuto scontrarsi, e ha il coraggio di riportare i segni più evidenti e invasivi della rigenerazione dell’East London, a cominciare dalla costruzione dell’enorme centro commerciale di Westfield, vero tempio del consumismo.

The Golden Temple è un film che mostra, racconta, senza guidare la lettura, immergendoci in otto storie per altrettanti volti e voci. Fra cui quella del fotografo Mike Wells , costretto a lasciare la casa destinata alla demolizione, per andare a vivere su una barca. O quella di Apostle Ben, “Generale di Dio” che indossa mimetica e crocifisso.

Il film, proiettato in anteprima mondiale alle Giornate degli Autori del Festival di Venezia, è stato accolto con interesse e ha fatto parlare di sé. The Golden Temple è stato già selezionato per partecipare al Salina DocFest e al Reykiavìc International Film Festival, mentre la prima  bolognese sarà il 9 ottobre al cinema Odeon.



SINOSSI

1908 – 1948 – 2012. Londra sarà la prima città ad ospitare per la terza volta le Olimpiadi. Il
mega-appalto da milioni di sterline è stato vinto promettendo un’Olimpiade partecipativa,
verde, sobria, inserita in un più ampio progetto di rigenerazione urbana.
Nell’est di Londra, in una delle aree più dismesse e trascurate di tutta la città, fervono i
preparativi. Una recinzione elettri!cata protegge un imponente cantiere di 2,5 Km 2 . Al suo
interno lo stadio, il tempio dell’intrattenimento e del gioco, costruito sopra le scorie radioattive
di un reattore nucleare.
Un secondo tempio, dedicato al consumismo, e’ quasi pronto. E’ il centro commerciale più
grande d’Europa, targato West!eld. Il 65% dei visitatori lo dovrà attraversare per poter
raggiungere il parco olimpico.
Il terzo tempio doveva essere la moschea più grande d’Europa, ma il piano di costruzione e’
stato abbandonato. Nell’area sono però attive numerose comunità religiose, spesso di stampo
pentecostale. Occupano lo stesso spazio simbolico di quella moschea che non c’è.
Intorno a questi templi d’oggi incontriamo vari personaggi che ci guidano nella scoperta di
questa “rigenerazione”. Tra di essi: Mike, fotoreporter che vive in una barca nei canali
industriali di Londra; John, imprenditore del capitalismo “puro”; Sue, guida olimpica
orgogliosa del progetto di riquali!ca; l’apostolo Ben, Generale di Dio, evangelizzatore ghanese
in tenuta militare. Seguendo le loro storie ci muoviamo attraverso un luogo simbolico e reale al
tempo stesso.
La trasandatezza ex-industriale ed il carattere di retro–magazzino che da sempre
contraddistinguono l’East London cozzano contro un processo di riquali!cazione e spinta
avanguardista, tra residenti sfrattati, canali pittoreschi, frenetici lavori in corso e chioschi
locali costretti a chiudere per essere rimpiazzati dai punti vendita delle grandi catene
commerciali.


NOTE DI REGIA

Come voler riempire il mare di sabbia.
Seguire il processo della rigenerazione Olimpica nell’est di Londra come una metafora
dell’epoca contemporanea. Come un caleidoscopio attraverso il quale stiamo cercando una
narrazione possibile, nascosta tra uno stadio, il più grande centro commerciale d’Europa e una
piccola chiesa non ortodossa ospite in un ex stabile industriale.
Ci sono persone che vivono in questo ambiente. Persone con pensieri sull’austerità, sui templi e
sul lusso, sui servizi e sul senso di comunità. Siamo stati dentro all’apocalisse del capitale, che
si nasconde dietro a un dito; in questo Tempio d’oro puoi perdere la strada.
Londra, la prima città nel mondo ad ospitare le olimpiadi per la terza volta. Un enorme evento
sportivo come il pretesto per riquali!care una delle aree più degradate del Regno Unito.
Un’area situata nell’est di Londra, tra i quartieri di Hackney, Tower Hamlett e Newham.
Una domanda economica e sociale, piena di ombre sullo sfondo. La questione dell’abitare, la
pretesa di un rinascimento dell’immaginario urbano legato a questa parte della città.
L’investimento delle multinazionali e delle catene di negozi, gli uf!ci e lo sviluppo che ri”ette il
modello dei mall americani: tutto sostenibile, convertibile, verde, sicuro e onnipresenti servizi.


PROTAGONISTI

Mike Wells
Ex ingegnere, fotoreporter.
Vive su una barca in East London.
Il palazzo dove viveva in Clay’s Lane è stato
demolito per far posto al villaggio olimpico.

Sue Jackson
Guida turistica per l’agenzia Blue Badge.
Organizza le visite guidate al parco olimpico.
Entusiasta dei Giochi.

Apostle Ben
Il “generale di Dio”.
Evangelizzatore pentecostale di origini
ghanesi. La sua e’ una delle tante chiese
carismatiche che sorgono intorno al parco
olimpico.

Robb Williams
Residente nella zona.
Rischia di essere sfrattato a causa dei Giochi
Olimpici.

Osita Madu
Residente nella zona.
Dalla !nestra del suo appartamento al 17º
piano ha una vista privilegiata sul parco
olimpico. Il suo suo palazzo viene sgomberato
per far posto agli studi della BBC.

Dean
Venditore ambulante.
A causa delle olimpiadi e di West!eld sarà
costretto ad abbandonare l’attività che la sua
famiglia gestisce da 70 anni.

Rosie
Chef.
Le olimpiadi stanno distruggendo gli affari del
suo ristorante.

John Toland
Imprenditore.
Capitalista “old school”.

Iain Sinclair
Scrittore.
Ha pubblicato il libro “Ghost Milk”. Una dura
critica alla macchina delle olimpiadi.

Julian Cheyne
Storico.

Colin Toogood
PR della campagna “Bophal Mediacl Appeal”.
Obiettivo della campagna per cui lavora:
rimuovere il marchio DOW Chemicals da”i
sponsor delle olimpiadi.

Tonia Richardson
Studentessa.


SCHEDA TECNICA

Formato di ripresa: Full HD / 16mm
Formato di proiezione: DCP, 35mm
Aspect ratio: 1,85:1
Sound: 5.1
Colore: Colore/BN
Regia: Enrico Masi
Anno: 2012
Nazione: UK / ITA / FRA
Produzione: Caucaso Factory
Co-Produzione: Aplysia, Dupleix, Nordeste



Parlano di The Golden Temple


Radio 3 – Hollywood Party intervista di Alberto Crespi e Steve della Casa a Enrico Masi, da 43′ | 1 Settembre 2012 WEB link

TGR Emilia Romagna servizio e intervista a Enrico Masi di Samuele Amadori, da 16’17” | 23 Agosto, 2012 WEB link

“[…] un’apocalisse capitalista raccontata in The Golden Temple, un meraviglioso documentario di denuncia che Enrico Masi ha girato a Londra negli ultimi due anni”.
Alias – 21 luglio 2012 – “Il tempio dorato del capitalismo”, di Matteo Patrono

“Enrico Masi autore di The Golden temple racconta l’ “olympic regeneration” dal basso: disagi, espropriazioni di case, sconvolgimento della quotidianità, ossessione della sicurezza”.
Il Fatto Emilia Romagna – 27 luglio 2012 – “Olimpiadi 2012, “nuovo stadio su deposito di scorie”. Lo spiega un film bolognese”, di Giovanni Stinco

“Il villaggio olimpico di Londra come non l’avete mai visto – tra luci, ma soprattutto ombre […]”
Corriere di Bologna – 18 agosto 2012 – “Il mio oro al Lido”, di Domenico Piero


ALTRI LINK UTILI:
 


CONTATTI

contact@caucaso.info
www.caucaso.info
www.thegoldentemple.info

Director
Enrico Masi
+44 (0) 7428210242
masi.enrico@gmail.com

Italy / Caucaso
Stefano Migliore
+39 3492902672

France / Caucaso
Jerome Walter Gueguen
+33 609911843


  

 

Set 13, 2012 - cinema e tv    No Comments

Film: I love Radio Rock

 

I love Radio Rock

 
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Che epoca….
 
 
 
Mi sono sempre chiesto se, essendo nato nel 1979, tutto quel sentimento e quell’energia che provo ogni volta che vedo film, che sento racconti, che leggo libri, che ascolto canzoni che hanno vissuto quel periodo che va dagli anni 60 agli anni 80, se, dicevo, lo sento così forte soltanto perchè per me è interpretato come una mancanza oppure se le persone, le gente, il pensiero e la voglia di qualcosa di nuovo in quegli anni era davvero così irresistibile.
 
Sono le persone principalmente, è il loro approccio alla vita, è quel trasudare voglia di ribellarsi, di cambiare le cose usando non la violenza ma l’entusiasmo, il credere nei propri sogni e il saper condividere speranze e illusioni senza farsi troppe domande, senza aver troppe paure, senza stare troppo a guardare i difetti del prossimo ma con quella grande e inarrestabile voglia di sentirsi vivi, di vivere la propria gioventù nell’intento di trasformare il mondo nel posto in cui si vorrebbe vivere.
 
Questo è per me I love Radio Rock, queste sono le storie e le vite di ognuno dei personaggi del film, per quanto possano essere diversi, questa è la vibrazione che trasmette.
 
Altra domanda che mi pongo spesso è questa:
 
Ma si può vivere senza musica??? Eppure conosco diverse persone che sembrano riuscirci.. io, confesso, non capisco come si possa fare, o meglio provo a capirlo ma la spiegazione che mi do attribuisce elevata tristezza verso quelle vite, ma qui si parla di I love radio Rock e in questo film la tristezza non esiste!!!!!
 
Sapete perchè non esiste? perchè non esiste una fine se il nostro pensiero è Rock, è libero, è pirata
per un motivo per esser tristi ce ne sono almeno 5 per esser felici, la visione del film ne è il più immediato esempio.
 
La musica non andrebbe soltanto ascoltata, non è solo sottofondo, non è nata per questo, non esiste per questo. Esiste per accompagnarti, per aggregare, per gridare, per raccontare, per trasmettere e non sono soltanto i testi, sono i suoni, sono i silenzi, sono le vibrazioni. E le vibrazioni sono emozioni.
 
Le emozioni sono vita.
 
I love Radio Rock è una filosofia di vita, pensate a quanto sono diversi tra loro i vari protagonisti del film, da quello preciso e puntiglioso delle notizie a quello euforicamente sessuato, dal silenzioso animale notturno al misterioso proprietario della radio, ancora più forte è il confronto tra i due leader che il film ci presenta che dimostrano che quella filosofia di vita non si concentra sull’apparire ma sull’essere, ci dimostra che se non abbiamo rigidi schemi mentali imposti la convivenza tra esseri umani liberi è il bene più prezioso che abbiamo nelle nostre piccole esistenze, ci dimostra quanto troppe volte non facciamo altro che calpestare questo bene senza magari nemmeno rendercene conto.
 
Ce lo dimostrano ancora di più gli ostili rappresentanti del governo, standardizzati, tutti rispettosi delle regole e incapaci di provare emozioni, incapaci di essere liberi, incapaci di accettare la vita degli altri.
Incapaci di vivere ma sopratutto di godersi la vita.
Impostati, estetici, allusori ma quel che è peggio troppo perfetti, troppo anonimi per cercare quella perfezione standardizzata, che senso ha cerare di essere così?? vivere cercando di essere migliori al giudizio degli altri dimenticandoci di noi stessi?
 
Noi troppo spesso, credo, stiamo nel mezzo, viviamo in un era che si trova a metà strada, a volte nei 
pensieri e nei nostri racconti e nei nostri viaggi interiori sembriamo voler vivere una vita “Rock” però nella realtà, spero ce ne rendiamo conto, viviamo una vita “governo” cioè facciamo esattamente e ripetutamente ciò che vogliono farci fare, ci bombardano di apparenti possibilità e libertà ma siamo sempre più rinchiusi in noi stessi o tra molti noi stessi virtuali.
 
Vorrei rivedere nei giovani, nei medio giovani, in quella generazione perduta di cui parla il nostro Mario Monti quella voglia quel desiderio di vivere e di sentirsi vivi, che sia Radio Rock, Radio Rap, Radio Punk o Radio Maria che sia quel che sia purchè sia emozione, purchè sia vita!!
 
 
 
Sapete cosa?? 

un ultima cosa mi sento di dire ora,  vorrei urlare un enorme VAFFANCULO alla perfezione, ad Avatar e ai Man in Black (niente di personale, mi servivano esempi) e a tutti quelli che non sanno accettare le diversità degli altri e un immenso I LOVE RADIO ROCK a quelle persone che non hanno paura di vivere le loro emozioni, non hanno invidie e non confrontano la vita degli altri per fare della loro la migliore e a tutti quelli che ascoltando musica, la loro musica, sanno ancora emozionarsi e sognare. 

 

Ago 21, 2012 - cinema e tv    1 Comment

Film: L’uomo Nero

 

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Film molto particolare…

e di conseguenza anche la recensione sarà particolare, diversa dal solito, questa volta non saranno sensazioni e pensieri scaturiti dal film ma diretti al film e ai loro protagonisti.

Solitamente dopo la visione di un film ho dei sentimenti discretamente convergenti verso la storia che ho visto o i personaggi che l’hanno composta, questa volta insolitamente, ripeto, i sentimenti sono davvero molto contrastanti.

Quelli di padre sono scocciati, arrabbiati e cattiveriosamente ostili verso la figura del protagonista, un padre anch’esso che per la sua passione dimentica moglie e figlio, trascurandoli in tutto e per tutto inseguendo questo istinto potente che lo associa ad una specifica forma d’arte.

Quelli di essere umano che non si fa tanto intenerire dal caso umano di quest’uomo che si posiziona a metà tra il genio compreso e il perfetto sfigato ma quanto profondamente ammirato e catturato dal genio di una persona che mantiene segreta la sua astuzia a tutti, anche a se stesso e che per una volta non scende a patti con il diavolo pur di guadagnare il furor di popolo, di quello stesso popolo che probabilmente egli stesso reputa ingorante e superficiale, per di più altrettanto probabilmente, a ragione.

La sua più grande vittoria, la sua manifesta superiorità intellettuale la manifesta di nascosto, in silenzio proprio come spesso fanno le persone che sentono di aver capito qualcosa di se stessi o degli altri e che non hanno il bisogno di far sapere agli altri ciò che hanno compreso soltanto per il gusto di darsi un tono o per togliere quel tono al loro prossimo.

Ecco quindi che mi ritrovo combattuto tra condanna e assoluzione verso quest’uomo che probabilmente ha compiuto, sempre secondo il mio modo di vedere la vita, una scelta di troppo;
 
condannarlo come pessimo padre e marito e disprezzarne l’esistenza per i danni che ha pur forse involontariamente fatto nella vita delle due persone che si sono trovate per scelta o meno a stargli accanto oppure elevarlo ad una di quelle vite dal valore superiore, che passano in silenzio nel mondo del business che sono uno di quei esempi che vale sempre la pena di raccontare per dire che la vita può esser geniale e stimolante se si sceglie di viverla alla ricerca di qualcosa di diverso dal giudizio sempre ignorante e accondiscendente della massa.

Anche la figura della moglie mi affligge un pò, moglie che affoga la sua frustrazione tra una sigaretta e l’altra e tra degli spiccioli pensieri di tradimento e puro, femminile, confronto estetico.

Poi ci sono le figure secondarie come il critico d’arte e il suo avvocato o l’avvenente ricca signora che fa del fascino la sua cultura e che, come quasi tutti i semplici osservatori, può giudicare o per puro senso estetico oppure per propagazione del giudizio più numeroso. Qui è dipinta in modo cattivo ma reale la profonda ignoranza e superficialità dell’essere umano in società che non vuole sforzarsi ne di pensare ne di capire ma che vive appoggiandosi al pensiero e ai comportamenti dei suoi simili; 

Mediocrità che diventa una scelta di vita ma che per certo non condanna a morte prematura.

E poi ci sono i luoghi, l’atmosfera e il profumo di un tempo, di un italia che non c’è più oppure che non c’è mai stata, almeno per quel che riguarda la mia vita  di quell’italia che forse era meno ricca ma più solida, era meno importante ma con molta più personalità, di quell’italia dove c’era ancora il senso della condivisione e del riuscire a stare bene assieme e dove non era così forte la competizione ad ogni costo e dove si lavorava per costruire e non per sopravvivere.

E’ bello poter guardare certe scene e sentire il profumo delle persone.

Molto interessante in fine è la questione del figlio che sembra assistere alla morte del padre come un semplice osservatore esterno, come un figlio di carta, di regolamento, di documento che non porta dentro di se molti ricordi del padre che non è certamente cresciuto riconoscendo le scelte dello stesso ma che ciò nonostante sembra esser sopravvissuto ugualmente in maniera dignitosa, quasi a far sembrare la figura paterna non così determinante
ma che sembra poi ribaltare completamente il giudizio complessivo sulla figura paterna nel momento in cui si trova difronte all’atto di pura e limpida genialità del padre, come se quella scoperta ridasse valore ad una vita che forse fino a quel momento era meglio accantonare perchè figlia di vergogna e fallimento; come se quella stessa vita ora fosse figlia di astuzia e pura genialità.

Ma si può cambiare opinione in maniera così radicale in così pochi istanti e per un così piccolo gesto?
Onestamente in questo caso, io, non so rispondere..


Ed è proprio in questo contrasto che mi perdo, che non riesco ad esprimere un giudizio che mi possa sembrare equilibrato, non riesco a pesare sulla bilancia pregi e difetti, cose giuste ed errori, gesta e frasi ed è così che questo film mi lascia, con un enorme punto di domanda sulla testa ma con un sacco di dubbi da risollevare su alcune delle mie, fino a quel punto, certezze… 

ed è anche così che voglio sentirmi dopo aver visto un film, con un sacco di spunti per pensare e perchè no, a volte anche in difficoltà a capire da che parte guardarli…

 

 

Lug 30, 2012 - cinema e tv    3 Comments

Film: K-Pax

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K-PAX

 

 

 

Fino a dove riusciamo a credere?



La verità è ciò in cui crediamo, ciò che vediamo oppure è rappresentata da ciò fin cui possiamo riuscire a credere e/o a vedere?

I limiti della nostra mente, della nostra visione delle cose sono i limiti della nostra realtà, ma questi limiti variano di persona in persona, giusto?

Qual’è il confine? 
ma sopratutto qual’è il nostro interesse a scoprirlo?

Queste sono le domande che la visione di questo film mi ha lasciato.

E su questi quesiti adatterò la mia personale recensione.

La storia del film non ve la racconto, come sempre parlerò di emozioni, sensazioni immagini per finire con un giudizio complessivo.

Tutta la parte iniziale del film la trovo geniale, non mi soffermo a criticare come hanno fatto in molti i dettagli e la loro credibilità ma voglio soffermarmi sui confini citati sopra, sulla superba creazione del personaggio interpretato con grande classe da Kevin Speacy.
Un personaggio che con calma ed eleganza rimpicciolisce le grandi e illustri menti della nostra società e riavvicina la vita alla semplicità che ne compone la struttura di base, complicata troppo spesso dalla volontà e dalla realtà vista da quelle menti che hanno a carico l’esistenza dei loro simili.

La cosa che mi fà più pensare, durante e dopo la visione del film non è innovativa ma è molto stimolante, se ne parla da decenni probabilmente nei testi delle canzoni, nel libri, nei film, nelle associazioni di pensiero e in questo film sembra essere nascosta alla base della storia che racconta 
ed è la ridicolizzazione di tutte le fondamenta della nostra attuale società civile.

Una società basata sulla distinzione, decisa da qualcuno qualche secolo fa, tra bene e male, tra dottori e pazienti, tra vincoli e libertà, tra società e famiglia e non per ultimo tra intelligenza e stupidità.

Su questo ultimo punto mi sembra che il film denunci, nemmeno in maniera troppo velata la “stupidità” degli esseri umani indicandola proprio come responsabile della poca gioia e felicità delle nostre vite. Conflitti, regole, dettami che ci sono imposti fin da piccoli sono i confini della nostra libertà e con essa rinchiudiamo serenità, gioia e allegria.

Un ipotetica società dove non c’è bisogno di stato, polizia persone che decidano quale sia la giustizia, dove non c’è bisogno di un istituzione chiamata famiglia per crescere i bambini ma gli stessi sono cresciuti nell’insieme da questa forma evoluta di società (“imparando un pò da uno e un pò da un altro” citando Prott) che solo un intelligenza superiore potrebbe permetterne l’esistenza ma sopratutto la convivenza.

Nella seconda parte invece mi ha colpito la riflessione sul rapporto tra essere umano e malattia e tra medico e paziente. La traccia che mi rimane è quella di riflettere sul fatto che molto spesso la soluzione ai nostri problemi di salute o umorali non si trova ne con le medicine, ne con i medici ma semplicemente dentro di noi, dentro la nostra storia. Medici e medicine ti possono avere in cura per anni senza ottenere risultati perchè la cura di cui abbiamo bisogno è dentro di noi, dentro la nostra storia e non si può trovare soluzione se non si ascolta, non si cerca di capire, non si indaga sulla quella che è ed è stata la nostra vita. 

Prott ci dimostra come la cura per i suoi compagni di malattia sia proprio strettamente legata con la loro vita e con i vincoli di cui abbiamo scritto sopra, vincoli imposti da una società sbagliata.

Un altra cosa che il film ti fa notare è la differente capacità di affrontare e di vivere la vita a seconda della cultura e conoscenza che abbiamo. 
Conoscenza e cultura non vuol dire titolo di studio o posto di lavoro, ci sono persone che hanno alti titoli e alti ruoli in società e nonostante ciò hanno poca conoscenza e poca cultura, ci sono persone che rivestono ruoli trasparenti ma che hanno conoscenze sconfinate, ne gli uni ne gli altri sono indispensabili per la nostra sopravvivenza ma con un  maggior peso degli uni la nostra vita peggiora, con maggior peso degli altri la nostra vita migliora.

Ecco forse, la parte finale del film, il messaggio che traspare alla fine, è l’unica parte che mi ha un pò deluso perchè scesa un pò in banalità è che l’amore e l’amicizia sono qualcosa di più profondo della nostra sola esistenza.

Alla fine consiglio assolutamente la visione del film, che rischia però di annoiare o deludere chi si aspetta di vedere un film con una storia dove non è necessario altro che una visione ed un ascolto distratto. 
E’ un film di spunti, di contorni, di stimolazioni e inoltre è un film con una colonna sonora sicuramente indovinata.

Spero di rivedervi tutti un giorno lontano su K-Pax!!!

Mark: “Come distinguete il bene dal male voi di K-Pax?”. Prott:“Ogni creatura dell’universo distingue il bene dal male!”. 


Mark: “Su questo pianeta io sono il dottore, lei il paziente”.
Prott. “Dottore… paziente… curiosa distinzione umana!”.

Prott:” Voglio dirti una cosa Mark,una cosa che ancora non sai.Noi K-Paxiani abbiamo vissuto abbastanza da averlo già scoperto…l’universo si espanderà poi tornerà a collassare su se stesso e poi si espanderà di nuovo ripetendo questo processo all’infinito.Ciò che non sai è che quando l’universo si espanderà di nuovo tutto quanto sarà come adesso,qualunque errore commetterai in questa vita lo ripeterai nel tuo prossimo passaggio ogni errore che commetterai sopravviverà ancora e ancora,per sempre.Quindi il consiglio che ti do è fare le scelte giuste questa volta,perchè questa volta è tutto ciò che hai.”

 

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