Ott 31, 2013 - cinema e tv    3 Comments

Film: La pivellina -Non è ancora domani-

La dignità raccontata con un film.
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Cosa serve davvero ad un essere umano?
 

Tutti noi siamo nati bambini, non tutti noi abbiamo avuto una famiglia, uno o due genitori al nostro fianco, dei fratelli, parenti, amici… esistono vite che non hanno avuto ciò e altre che nonostante le figure indicate possano gridare “presente” probabilmente ne avrebbero fatto anche volentieri a meno.

Molte vite, molti modi di viverle.

Perché si decide di fare un film?? Perché si decide di guardarlo?

Credo che il motivo sia cumulabile, credo che da una parte c’è chi vuol trasmettere qualcosa e dall’altra chi si aspetta di ricevere qualcosa.

Quello che ho ricevuto io guardando questo film è davvero tanto.

Spunti, riflessioni, tenerezza, calore umano, tristezza, vergogna, angoscia, perplessità.

Il film racconta una parte della storia di vita di una piccola bambina di circa due anni, che viene ritrovata semi abbandonata (in realtà una lettera testimonierà il possibile ritorno di una madre forse disperata) in un parco da una donna che ha percorso la sua storia  per scelta o per esigenza inseguendo lo spirito circense.

Questa donna, Patti, dai modi apparentemente grezzi ma mostruosamente più umani e naturali di quanto  possa arrivare a vedere da chi non ha mai avuto modo di vivere o condividere realmente quel mondo, è un concentrato spaventoso di potenza dell’umanità. Nel corso di tutto il film trasuda dignità come ho riconosciuto in pochi altri personaggi visti tra cinema e vita reale. La potenza del cuore, la straordinaria semplicità della vita nei suoi punti fondamentali fanno apparire questa donna normalissima come una delle più belle, sane e pure personalità che ho mai incontrato.

Vive tra camper e container assieme al compagno circense pure lui, portatore di elevatissima dignità anche lui, assieme ad altri compagni di vita in una piccola comunità che esclude il superfluo e anche qualche possibile piacere ma che non sembra soffrirne mai.

Accoglie questa bambina e la tratta come una figlia dal primo istante, la zia patti, come si auto definisce entra nel cuore della bimba tanto quanto la bimba faccia con lei.

 
Aia (Asia) sembra rinnegare la madre ma non sembra soffrire particolarmente in sua assenza, mi ha toccato particolarmente e forse non riesco ad essere sopra le parti nel provare a raccontarla perché ha qualche mese in più di mio figlio e in molti suoi gesti, suoi sguardi, suoi versi lo rivedevo in lei e… 
lo dirò alla fine di questo testo.
 

Per essere una bimba abbandonata dimostra un carattere socievolissimo e anche molto autoritario, sembra in tutto e per tutto una bambina felice e serena che sa divertirsi e che sa ascoltare, è devastante nella sua semplicità e naturalezza. Ha tutta la vita davanti e sembra essere indirizzata alla sua scoperta con la giusta curiosità che ogni bambino dovrebbe essere sempre libero di esprimere e vivere al di là dell’educazione che ad ogni modo non dovrebbe mai mancare.

Ci sono ancora due personaggi fondamentali in questo film che meritano una piccola citazione, il compagno di Patty che come già detto è un uomo tutto d’un pezzo, saggio e buono che lavora per mantenere la sua compagna, la sua dignità e anche i suoi animali ma che ogni volta che si trova difronte ad un bambino o adolescente esterna consigli di vita e di comportamento con bontà, lealtà e straordinaria, appunto, dignità. E’ una persona che ha imparato a vivere, ed ha imparato a farlo senza mai negare il rispetto e senza mai mancare a quei valori umani che dovrebbero essere fondamentali ad ogni padre che deve o vuole educare il proprio figlio o ad ogni persona che si trova costretta a farlo.

E poi c’è Tairo, in pieno periodo adolescenziale, che sta anch’egli affrontando la vita con assoluta dignità apparentemente senza soffrire mai di tutte quelle aspettative, attese sociali, bisogni civili che invece vivono spesso i ragazzi che fanno parte delle comunità chiamiamole “normali”. Vive Aia come se fosse una sorella, con lui torna a vestire i panni del bambino (per esempio quando vanno a giocare nel fango) e prova a vestire quelli dell’adulto (quando cucina e butta le patatine fritte), segnerà un passo fondamentale per l’uomo che diventerà un domani.

Veniamo rapidamente alle sensazioni descritte prima:

Ho provato tanta tenerezza nel vedere come ognuna di quelle persone si rivolge sempre al prossimo con assoluto rispetto e come in un apparente vita di stenti nessuno abbia mai pensato nemmeno per un momento di storcere il naso verso una nuova vita, un nuovo essere umano che entra a far parte della loro piccola realtà.  In questo, spesso noi popolazione colta e civilizzata dimostriamo un ignoranza fuori dal comune.

Ho provato tenerezza nello scambio di racconti dell’adolescenza tra Patti e Tairo, ho provato tenerezza nelle parole di Walter che avvisa Patti dei rischi con la giustizia e quando spiega a Tairo che la parola non è uguale per tutti e che è il pregiudizio a renderla a diversi pesi.

Ho provato tenerezza quando Walter esce con la Aia e va a farsi le foto, come se avesse il bisogno di fissare quel periodo per non dimenticarlo mai, nonostante possa sembrare un uomo che superi le emozioni.

Calore umano l’ho provato durante tutto il film, in tutti i personaggi coinvolti, principali e secondari, calore umano l’ho provato quando Patti indaga sul possibile suicidio della madre di Aia, quando come regalo per aia arrivano 4 cuccioli. In ogni sguardo, in ogni ripresa c’era la naturalezza della vita, cerano gli occhi di chi, infondo, semplicemente vive e per farlo oltre all’ossigeno condivide il calore umano.

Tristezza l’ho provata quando nessuno ha partecipato allo spettacolo di Walter e Patti, che nonostante questo non si sono messi a piangere disperati, a inveire contro chissà quale possibile responsabile ma hanno semplicemente accettato il fatto. Quanti di noi sono in grado di fare altrettanto?? E’ davvero sempre così indispensabile dare una colpa a qualcosa o qualcuno??  Anche qui ho visto dignità ai massimi livelli umani.

Vergogna l’ho provata ripensando a quante volte passando mi è capitato di pensare male di qualcuno che magari vedevo camminare per la strada trasandato, o con vestiti apparentemente “usati”, o scavalcare recinzioni. Vergogna l’ho provata verso i miei pensieri tutte le volte che ho pensato che una persona “povera” lo fosse tanto nell’aspetto quanto nello spirito.

Angoscia, infinita, l’ho provata nella parte finale, nell’ultima scena nel possibile addio, nel possibile arrivederci, nel possibile proseguimento, nel non sapere

Perplessità sempre nella scena finale, nella foto di Walter che riappare (non sono sicuro di avere chiaro il motivo), nella lettera della madre, nel fatto di non vederla ritornare, nel motivo per cui è stato deciso di non dare una fine a questo racconto.

Concluderei rispondendo alla domanda iniziale e dicendo che ancora una volta, anche grazie a questo film, rafforzo la mia tesi che dice che i figli sono di chi li cresce e non di chi li mette al mondo e che ogni bambino sulla terra ha come bisogno primario, non quello di avere una casa o una mamma ed un papà, ma quello di conoscere, di ricevere amore e di sentirsi considerato come persona da uno o più dei suoi simili.

 
Nulla è più importante ed indispensabile del vedere  che dalla propria vita deriva anche la felicità dell’altro e che nessun essere umano al mondo può sopravvivere alla solitudine.

Film: La pivellina -Non è ancora domani-ultima modifica: 2013-10-31T13:04:30+00:00da heicko1979
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3 Commenti

  • Ora mi ha messo tanta curiosità e sono proprio curiosa di vedere questo film..mi organizzerò!Dunque..fare i genitori non è semplice..anzi difficilissimo.Se penso a mio figlio, mi ha rimproverato tante cose, durante la sua fase adolescenziale, eppure ho sempre pensato di essere nel giusto. Questo per dirti che è un prenderci..alla fine non ci prendi mai.Cmq è vero..i figli sono di chi li cresce…non servono legami di sangue..occorre tanto amore e dedizione..pure pazienza aggiungereiL’amore arriva ovunque e si creano legami che vanno oltre al grado di parentela, sempre che ci sia. Molti casi, come questo, dimostrano che non è basilare per creare un unione speciale.Le nostre scelte condizionano anche la felicità di chi ti sta accanto e per questo bisogna fare molta attenzione..essere liberi di agire ma con un occhio di riguardo.E ovvio che se siamo motivo di delusione per altri dobbiamo prenderne atto.Non so..forse sono andata fuori tema..Cmq bel post Erik..Trascorri una bella giornata di soleeeeeeeeeeeeeeeeee

  • Ciao Erik.In questo periodo, con mio figlio che sta crescendo, mi chiedo spesso di come devo iniziare a considerarlo: più come figlio, o più come persona a se stante?Logico che gli insegnamenti sono indispensabili, ma quando (per esempio) gli dico o lo costringo a fare qualcosa, mi chiedo se sia giusto. Non è egli stesso un essere capacissimo (a 11 anni) di fare le proprie scelte? Ovviamente si parla delle scelte quotidiane, e non di quelle fondamentali per le quali i genitori si rendono ancora indispensabili.Il fatto è che tutti noi nasciamo come figli, nessuno nasce come genitore, e diventarlo è assai difficile.Il discorso su ‘a chi appartengano i figli’: a nessuno! A loro stessi.Però il ragionamento che fai tu è molto importante, ed io che conosco benissimo una famiglia con 3 figli in affidamento ed altri 2 appena adottati li vedo come il paradigma diretto per il tuo ragionamento.Loro (i ragazzi) non li chiamano ‘mamma’ e ‘papà’ ma per nome, e tuttavia li considerano tali.K.

  • @ale: non sei andata fuori tema anzi… è stato molto interessante e prezioso il tuo punto di vista abbinato alla recensione del film@kikka: anche qui non è semplice… secondo me (ma son o in fase di apprendistato e ben più indietro di te, ma proiettandomi…) devi considerarlo come individuo indubbiamente, non obbligare ma sempre e comunque fargli conoscere il tuo pensiero bello o brutto che sia, giusto o sbagliato, spiegargli da cosa è mosso e cercare di non imporlo… e poi… avere il coraggio di lasciarlo scegliere con la sua testa..

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