Mar 16, 2013 - cinema e tv    16 Comments

Film: Melancholia

 

M E L A N C H O L I A

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E con un paio di giorni di febbre alta alle spalle e di ore e ore passate a letto che decido di
rivoluzionare la mia giornata guardandomi un film, un pò di forze le ho riprese e allora fiducioso
scelgo di vedere Melancholia.

Come al solito non mi sono documentato prima su che cosa mi aspettasse, anche se già la scelta del
regista lasciava poco spazio all’immaginazione.

Come al solito dicevo non andrò a recensire ma a raccontare ciò che sono state le riflessioni e i
pensieri che ho incrociato durante e dopo la visione di questo film.

La parte iniziale è per menti sottili, spunti di arte, immagini di comunicazione, stimoli sensoriali
che ti lasciano solo il silenzio per osservare; piatto l’elettroencefalogramma, non c’è tempo per gli
impulsi elettrici, rapinati anche loro alla ricerca di capire come tradurre le sensazioni.

Passata questa fase inconscia ecco che il film ha inizio.

Regia e sceneggiatura ci regalano subito il grande controsenso delle nostre vite, quella limousine
immagine di ricchezza, ostentato lusso e lussuria, eleganza e potenza che nel giorno più importante di quella che dovrebbe essere la nostra vita non riesce a muoversi e a passare lungo una piccola e stretta strada di montagna.

Tutti i tentativi fatti dall’autista, dallo sposo e poi dalla sposa, la lenta goffaggine di quel macchinone
su quella piccola strada sperduta sono il simbolo di un pò tutto il film, è il preludio al “controccorrente”
che noteremo durante tutta la pellicola.

è la scena iniziale e non credo lo sia per caso.

Matrimonio, sposo e sposa che vedono investite le loro vite dagli eventi, che subiscono dapprima apparentemente felicemente ciò che “la società benestante e ben pensante” ha previsto per loro e non si rendono conto di essere semplicemente delle comparse ma sono, in quel momento, convinti di essere i protagonisti, così come quella limousine che diventa inutile se messa realmente davanti a ciò per cui dovrebbe esser nata, cioè lo spostarsi lungo una strada..  se quella strada esce un attimo dai canoni abituali ecco che la nostra lussuosa limousine si trasforma in un inutile dinosauro mobile che non è in grado di adattarsi non tanto ad un imprevisto ma ad una diversa versione della realtà che conosceva fino a quel momento.

Veniamo ora un attimo al primo profilo dei due protagonisti del lieto evento:

Lei sposa dominante, ragazza brillante dal grande intuito e dalla sensibile intelligenza, sorriso coinvolgente cerca di gestire con un pò di timore l’evento che gli si stà realizzando davanti; lui sposo timido e impacciato molto probabilmente cresciuto in un regime di protezione ed indirizzamento poco abituato al “fuori pista della vita” sembra quasi il classico ragazzo per bene costruito in laboratorio da una famiglia che indubbiamente ha trasmesso l’educazione ma si è dimenticata di lasciare quella dose di libertà e di piacere per la vita che per altro lui non sembra ricercare mai.

Superato l’ostacolo limousine il sogno stà per diventare realtà, matrimonio regale in una villa da sogno
con un sacco di invitati pronti e adatti alla festa di lusso. Il confronto tra finzioe e realtà tra costruzione e spontaneità, tra normalità e ricerca della divinità appare lampante fin dalle prime scene e le caratteristiche personali che emergono dai protagosnisti della prima parte del film, quella dedicata a Justine non fanno che accentuarle.

Anche il paralello indiretto tra lo sposo e la sposa viene messo in luce dai lati caratteriali delle
persone che quei protagonisti hanno contribuito a crearli, la famiglia originale di lei, notevolmente
incompatibile che evidentemente non ha mai contribuito con l’istruzione e il rigore all’educazione
delle figlie come può aver fatto la famiglia dello sposo ha creato in  Justine una persona dai parecchi lati geniali;

vero è che la sorella è apparentemente più normale ma anche in questo caso credo ci sia una spiegazione che vedremo però nella seconda parte dell’analisi, ad essa dedicata. La famiglia di lui, famiglia come tante altre, come quelle disegnate nelle favole che ha creato questo esempio di uomo educato, colto e rispettoso che però manca di quel qualcosa che lo può rendere interessante anche dopo i primi 10/15 minuti di conversazione.

Il confronto tra la figura della madre, ostile, maleducata, fredda ma intensamente sincera e il padre
leggero, stravagante e caloroso che sembra in grado di non dare importanza a nessun lato della vita ma allo stesso modo sembra non dimenticarsi mai dell’amore per la figlia sono il contorno all’evento che contribuiscono a spiegarci quanto Justine  sia in un contesto che non le appartiene e quindi sbagliato, sbagliato se volto alla ricerca della sua felicità.

Ancora un personaggio, a mio avviso interviene per dare il senso di quanto sia sbagliato, in termini assoluti, dedicare la nostra vita a qualcosa che non ci appartiene e quanto questo non possa che portare ad un epilogo che mai sarà realmente piacevole, la discriminante è data soltanto da quanto siamo in grado di guardarci dentro e di ammetterlo e quanto siamo in grado di fingere.


Stavo divagando, questo personaggio è ovviamente, per chi ha visto il film, il datore di Lavoro di Justine che prendendo la palla al balzo comunica le evoluzioni dei suoi affari lavorativi in un giorno in cui questi non dovrebbero nemmeno avvicinarsi con il pensiero. Prendere a pretesto, usare come alibi per fingere benevolenza verso una persona un evento o una situazione è cosa comune nel mondo “della società” e forse non c’è nemmeno niente di male a farlo, rimane il fatto che è un gesto lampante di disinteresse verso le persone e di forte interesse verso la mediaticità dell’evento.

In tutti questi tipi di eventi la persona (anche se spesso non se ne rende conto) che dovrebbe essere al centro dell’evento stesso viene lasiciata in disparte perchè tutte le luci e le attenzioni sono catalizzate dall’evento stesso, io credo che questo l’autore abbia realmente cercato di comunicarcelo.

Non vi racconto altro sulla prima parte del film, così se non lo avete visto magari potete provare un qualche interesse, le mie riflessioni si concludono parificando la conclusione della prima parte stessa:

Perchè ci facciamo rapinare le nostre vite?? perchè chi ci sta vicino, spesso, non è in grado di farlo senza voler disegnare tutta la nostra esistenza o parte di essa?? magari aggiustando ciò che è mancato alla sua, senza pensare che magari non è quello che macherebbe alla nostra o che questa mancanza possa essere per noi così importante come lo è stato per lui/lei?

La seconda parte, è un altro film, è un altra sorella, è un altra storia.


A mio avviso molto più interessante e complessa.

E’ la storia di uno dei tanti limiti della nostra mente, dei limiti che abbiamo nella governabilità delle nostre emozioni e dei nostri pensieri. E’ una storia triste, diranno, io credo sia semplicemente una storia; molto più veritiera di altre, la definiamo triste perchè non siamo capaci di affrontarla con la giusta dose di neutralità ma infondo di triste non ha quasi nulla.

E’ la storia della sorella di Justine tale Claire sposata con un uomo brillante e uno scienziato di successo, con un piccolo bambino molto educato anche lui, che risponde bene alle emozioni a comando.

 

Una famiglia disegnata e costruita con calma e parsimonia, dove ogni comportamento è supervisionato dall’etica della società delle famiglie rispettate; Un padre che vive per la scienza e non si preoccupa delle passioni, desideri, speranze e abitudini di moglie e figlio tranne nel caso in cui, spontaneamente o meno non combacino con le sue.  Dal canto suo, c’è questa figura dismessa e autoritaria nel nulla della madre che come spesso accade è l’unico perno su cui ruota tutta questa forma di famiglia, che però mai appare realmente felice della vita che fa.

Si prende cura della sorella, malata e fuori schema perché deve farlo, dice di odiarla ogni volta che la sorella stessa la mette difronte alla verità del suo destino, della sua vita e ogni volta che la fa rispecchiare su se stessa, finge di amarla e di preoccuparsi di lei in tutti gli altri momenti della giornata nei quali non fa altro che recitare la sua parte.

Claire che passa per la versione ben riuscita, precisa, pignola che aveva organizzato il matrimonio secondo i canoni attesi dagli invitati nella prima parte del film e che si trova a sacrificare la sua esistenza nel nome della vita di suo figlio e della sfortunata sorella malata che probabilmente non avrebbe nemmeno mai chiesto tale aiuto.

 

La figura del marito, luminare scientifico si sgretola alla luce del sole della vita, l’insuccesso di una società che gerarchicamente eleva persone con valori del tutto  discutibili viene posta in evidenza quando lo stesso si rende conto, non soltanto di aver dedicato anni della sua vita a qualcosa di fine a se stesso, ma quando si trova difronte all’errore evidente e non regge, decidendo di farsi da parte e lasciando moglie e figlio al loro destino. Sono queste le figure che la società premia nella vita in comunità, questo credo sia uno dei messaggi che il regista cerca di trasmettere.

 

E così che difronte all’inevitabile morte l’unica figura che si comporta con dignità e che sembra non soffrire di quell’angoscia che nasce nella menzogna della vita che ci raccontano è quella della sorella malata che riesce con un gesto semplicissimo ad affrontare il suo destino riuscendo a tranquillizzare per quanto possibile le persone a lei care.

In mezzo a tutto questo struggente per me che sono un giovane padre, la figura del bambino, sovrastato dalla mitologia dei racconti del padre e dall’inconsapevolezza di ciò che ci succede attorno rimane in balia degli eventi e si affida a quegli adulti che dovrebbero aiutarlo a crescere ma che in certi momenti non sono di certo quello che si può considerare un esempio. In fondo siamo tutti uguali, evolviamo e regrediamo in modo differente ma difronte a certe situazioni non esiste età che ti garantisca la capacità di affrontarle.

 

Sostanzialmente dovrebbe essere un film molto triste e angosciante, credo sia un film che racconta un punto di vista, che fornisce spunti di riflessioni su determinati argomenti e che ci riporta, durante la visione, a sentirci come se fossimo allo stato brado di noi stessi, senza certezze, con diverse paure, ma con la possibilità di scegliere se e come provare ad affrontarle. 

 

Ah si, dimenticavo, sapete di che cosa è malata Justine?? è un qualcosa che se appartiene ad un animale lo riconosciamo come una semplice caratteristica dello stesso, ma se appartiene all’uomo siccome non siamo in grado di provarla, siamo invidiosi per chi l’ha sviluppata e siamo preoccupati per quello che può donare alle nostre vite la consideriamo una malattia, chi ne soffre è spesso considerato fuori dal comune, elemento anormale… la malattia in questione si chiama Sensibilità.

Film: Melancholiaultima modifica: 2013-03-16T13:57:51+00:00da heicko1979
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16 Commenti

  • Accidenti Erik, dovrò ripassare per lasciarti un commento decente vista la natura e la lunghezza del post.
    Per adesso ti prego di scusarmi.
    Rispondo brevemente al tuo commento: ho iniziato a scalare pareti estreme che ero molto giovane, e ho trascorso per sommatoria più di un anno della mia vita nel mondo verticale. Comprendo bene lo stato d’animo di chi non ha mai praticato alpinismo estremo, la vertigine, la paura di restarci secco, l’incognita e l’insidia nascosta in ogni metro di salita sono la cosa più difficile da dominare.
    Così è stato anche per me agli inizi, col tempo è divenuto pian piano quasi normale, ma ora è giunto il momento di porre fine a questo gioco da conquistatore dell’inutile che rischia di tramutarsi in una roulette russa.
    In gamba Erik.
    haffner

  • Erik, penso che sia abbastanza naturale per chi ha una famiglia, dei figli, scegliere di isolarsi un pochino dal resto del mondo. Si ha poco tempo e proprio per questo si decide di trascorrerlo solo con chi ne è veramente meritevole. Ho visto molte coppie amiche seguire questa direzione e francamente fintanto che c’è armonia in famiglia, mi sembra anche giusto. Diverso è quando questo rifugio personale viene a mancare e si ha la necessità di circondarsi di persone che aiutino a riempire i vuoti. La mancanza di figli, soprattutto per una donna, crea molti vuoti. E più il tempo passa, più si dilatano.
    Spero con questo commento di non dare un’impressione “depressa” di me, è solo una considerazione, un dato di fatto e nulla più.

  • X Haffner: Conquistatore dell’inutile e roulette russa… non ti porti dietro un bel ricordo, oppure semplicemente una bella immagine dei giorni che son stati…. o sbaglio???

    Io ricordo come fosse oggi, avevo aperto da poco il blog, e in una serata rimasi affascinato tremendamente dall’intervista che fece Fazio a che tempo che fa con Messner e con Bonatti, ascoltarli e vedere la luce dei loro occhi fu qualcosa di molto forte e di estremamente piacevole…

  • X Penny:
    devo dire che hai ragione, probabilmente ho valutato tenendo troppo in considerazione il mio “status”.
    Per l’impressione non preoccuparti, essendo (credo e spero) una persona che si rapporta con le impressioni e valutazioni in maniera molto pulita ed equlibrata non ho notato fino a quando non lo avevi scritto tu niente di tendente al depresso. Ovviamente sono circostanze che vanno vissute per poter esser capite però la selettività credo possa essere un criterio abbastanza valido in ogni caso

  • Tutt’altro Erik, della montagna ho un ricordo bellissimo e indelebile (come potrei frequentarla da tanto tempo se non fosse così)?
    E’ la montagna vissuta al limite che mi porta a dire come Messner, Bonatti e prima ancora Terray, che noi alpinisti siamo dei conquistatori dell’inutile. Infatti cosa c’è di più inutile che lo scalare una difficile parete ben sapendo che nessuno ti paga, ti applaude, e se sbagli con altissima probabilità non torni a casa?
    Nessuna conquista dunque, solo intima gioia di aver incontrato se stessi nelle tante giornate passate nel mondo verticale.
    La roulette russa ha un significato facilmente comprensibile: col passare del tempo ciò che oggi è possibile diviene sempre più improbabile.
    Messner smise di confrontarsi con le montagne a 43 anni, Bonatti a 36 anni. Ovviamente non smmisero di confrontarsi con la montagna, continuarono ancora per molti anni, solo che, molto saggiamente non si misurarono più con l’astremamente difficile.
    Questo il significato di “roulette russa”!
    E’ da scemi non prendere atto dei propri limiti man mano che il tempo passa.
    Una pacca sulla spalla, giovinotto.
    haffner

  • estemamente difficile, altro scivolone.
    haffner

  • smisero e non smmisero, ovviamente.

  • smisero, scusa lo scivolone della penna.
    haffner

  • Qui di seguito il link ad un mio commento a caldo su questo film che vidi qualche anno fa.

    http://cahier.myblog.it/archive/2011/08/31/melancholia.html
    ….spero possa essere un contributo alla riflessione su questo interessante e attualissimo film.

  • X Haffner: Però a me, leggere conquistatori dell’inutile non piace, nel senso che io non credo sia così… non vi resta in mano niente di tangibile, ma le emozioni, gli odori, le paure, lo sforzo, il sacrificio, tutte le sostanze che corpo e cervello hanno creato o conumato durante la scalata sono patrimonio di vita, tutt’altro che inutile. Io penso di aver capito cosa intendete ma non vi sentite un pò in difetto nel scriverlo?? è come togliere peso e importanza a quello che avete vissuto, non pensi? Sul discroso “roulette russa” e limiti invece sono pienamente daccordo… quel conquistatori dell’inutile invece non riesco a digerirlo… sarà che sono, per natura, un “affecionados” alla situazioni…

  • Erik, per comprendere il vero e nobilissimo senso di quel termine tanto caro a ogni alpinista dovresti leggere un libro di montagna vissuta al limite, scritto da un grande alpinista francese: Lionel Rerray, “I CONQUISTATORI DELL’INUTILE” editore DALL’OGLIO.
    Scoprirai allora che quel titolo sottende un vero e proprio atto d’amore per la montagna, che entusiasmò intere generazioni di alpinisti, non cessando ancora oggi di stupire e di costituire esempio.
    Con stima.
    haffner

  • LIONEL TERRAY!
    Scusami ma ogni tanto faccio confusione con la tastiera.
    haffner

  • Lo aggiungo indubbiamente alla lista, mi hai troppo incuriosito con quella definizione che ora devo riuscire a capire ciò che mi nasconde… il tempo è quello che è in questo momento e la coda di libri e film è sempre più lunga però sono certo di avere il tempo di azzerarle entrambe… l’importante è non dimenticar…. la lista….

  • Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perche’ il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

  • x simona: beh, grazie mille, è un complimento bellissimo perchè fatto ai pensieri e alle parole che per me sono fondamentali in ogni contesto della vita!! grazie ancora!

  • Erik, mannaggia ai capperi, sei sempre a Monfalcone?

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